Squilibri

[Leggo per trovare domande]

L’isola sconosciuta

You are innocent when you dream.

C’è un tempo in cui credi che il sogno dell’isola riguardi un approdo, e un altro in cui scopri che è invece partenza. Giorni di attesa paziente all’uscio delle petizioni e poi quello in cui varcare la soglia delle decisioni (porta «usata di rado, ma quando viene usata lo è per davvero»).

Le mappe sono inutili, il destino ti segue come un’ombra tanto vicino da poter allungare la sua mano sulla tua spalla e a navigare serve solo una barca che abbia familiarità con gli oceani e le isole sconosciute.

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11 Ottobre 2008 Pubblicato da Stefania Mola | Fabrizio De André, José Saramago, Osip Mandel'štam, Tom Waits | , , | 9 Commenti

Mappe

Siamo pagine di aste a tratti inclinate e qualche sbavatura d’inchiostro, molte cancellature e diverse omissioni, di scrittura fitta e riempite di fretta dai giorni che consumano il nostro taccuino e corrono, dal margine alto del foglio passando dal centro – lì dove osa l’infanzia sovvertendo ogni direzione – e scendendo verso sud-est, oltre finisterre, lembo estremo dove la crosta sottile della felicità, gli echi dei passi e la scrittura finiscono.

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14 Febbraio 2008 Pubblicato da Stefania Mola | Erri De Luca | , , | 5 Commenti

[Dis]misura

“Spesso è nel momento dei saluti che cominciano gli incontri…”

Pensando a quanto un commiato faccia insorgere – acutissimo – il desiderio di continuare a restare. Oppure a quanto un incontro sia rivelatore (nel bene e nel male) rispetto ad un’idea, ad un’immagine preventivamente costruita sulla proiezione dei nostri desideri, delle nostre carenze, dei nostri pregiudizi. A quanto esso restituisca finitezza a ciò che credevamo dismisura.

“So leben wir und nehmen immer Abschied”.

Ma chi ci ha rigirati così
che qual sia quel che facciamo
è sempre come fossimo nell’atto di partire?
Come colui che sull’ultimo colle
che gli prospetta per una volta ancora
tutta la sua valle, si volta, si ferma, indugia-
così viviamo per dir sempre addio.

16 Ottobre 2007 Pubblicato da Stefania Mola | Rainer M. Rilke, Tonino Guerra | , | Ancora nessun commento.

[De]fluire

Ho recitato Ofelia, conosco la pazzia, e so che ti colpisce per eccesso d’amore…

Il poeta regala voce agli eroi del mito, agli animali, alle piante, alle pietre, all’acqua, alle cose e alle ombre. Mentre l’amore preme dal fondo di quel tempo circolare in cui è lui solo a spiegare la vita e la morte.

…e so cosa significa eccesso d’amore,
quando colui che ami dilegua e tace,
o non riesce a risponderti, e tu muori,
per estinzione, disidratata in pietra.

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11 Ottobre 2007 Pubblicato da Stefania Mola | Roberto Mussapi | , , | 2 Commenti

Come fanno le parole

Chiunque io sia,
nulla che può distrarmi:
la poesia mi tiene rigorosamente
con la lingua severa per lezione –
ma è un piacere, ridirlo, sufficiente.

Basta guardare come fanno le parole
nelle loro distanze siderali,
che misure mantengono,
con che suoni perduti si contendono
lo spalancarsi dell’universo muto –
una ricchezza come s’addice ai poveri:
in mancanza di tutto.

(Silvia Bre, da L’attimo intorno)

12 Settembre 2007 Pubblicato da Stefania Mola | Silvia Bre | , , | Ancora nessun commento.

Tempeste di sabbia


Lo sanno tutti: la carta è paziente. Sopporta la menzogna, l’infamia, i refusi, la coscienza sporca, il pessimo stile, il pathos da quattro soldi. Tutto.
(Sigizmund Kržižanovskij, La carta perde la pazienza)

Tutto o quasi. Un giorno qualunque la carta si ribella sbarazzandosi dei caratteri tipografici e di ogni parola. Le lettere, esauste, deluse e capeggiate da una “A” battagliera oltre misura, abbandonano le pagine dei libri sciamando da biblioteche e librerie come nubi di gas combusti. Sfiancati da un lavoro ingrato, gli alfabeti in fuga spalancano una voragine apocalittica sotto i piedi della cultura veicolata dalla carta stampata.

Storiella che mi fa tornare in mente un altro divertente ammutinamento. Accadde a lui, giocatore di sensi e significati intento alla quotidiana igiene orale, di espellere le parole davanti allo specchio e di scoprirle vive e guizzanti, intente a guadagnare terreno e indipendenza proclamando a gran voce i loro diritti. Sono parole che sgusciano di vita propria, beffarde, decise a ribellarsi e a reclamare per sé un significato appropriato e in linea con il proprio suono, ripudiando quello consueto e imposto senza curarsi del ritmo e dell’orecchio.

Dopo un estenuante patteggiamento è lo scrittore a perdere la pazienza. Tanto da dover ricorrere alle maniere forti, infilando con le buone o le cattive le parole nolenti in una bottiglia e permettendo loro di uscirne solo previa attribuzione di un significato per volta e per ciascuna, che piaccia o no. Le parole giocano tutte le loro carte, ricorrendo a ostruzionismo e imbrogli, mentendo sulle generalità, azzardando maldestri quanto infruttuosi tentativi di sottrarsi al loro destino. Alla fine, riconquistata la libertà, fuggono in ogni direzione facendo perdere le loro tracce. Il non sapere dove siano finite, al di là di una transitoria inquietudine, non è poi un male irreparabile.

[Anche spazientirsi – a volte – dischiude inaspettate possibilità].

«Già, ma ora c’è un grosso guaio. Perché ognuna di loro prese un certo significato e se lo tenne, d’accordo: però chi appunto prese quel dato significato? Questo è il problema. Non so se mi spiego; capite la questione? Tutto fu fatto all’amichevole, sulla parola; nell’agitazione del momento io non pensai ad annotare i vari passaggi e le varie attribuzioni di significato; a me non è rimasto niente in mano, nessun documento probante. Sicché adesso, alle corte, lo sanno loro cosa significano, non io. È terribile.

Inoltre sono un tantino preoccupato. Sì, ho riferito che uscendo dalla bottiglia fuggirono chissà dove: ma sempre in casa saranno restate, e un giorno o l’altro, vedrete, mi risalteranno addosso».

(Tommaso Landolfi, Parole in agitazione, da Un paniere di chiocciole, Firenze 1968;
scelto da Italo Calvino qui)

30 Agosto 2007 Pubblicato da Stefania Mola | Italo Calvino, Sigizmund Kržižanovskij, Tommaso Landolfi | , | Ancora nessun commento.

Altre sabbie

L’intervallo più lungo del mio diario. Eppure nel frattempo sono accaduti fatti della massima importanza.

(Michail Bulgakov, 11 luglio 1923)

Se il diario di molti viaggiatori è una collezione di sabbia, e quello di tanti scrittori una raccolta di righe ricomposta prima della dispersione dei pensieri, cosa potrebbe mettere insieme un comunissimo avido lettore – che non siano libri, naturalmente? Magari una sorta di scrittura potenziale, già e non ancora. Una collezione di parole semplicemente possibili.

Nel frattempo ci provo, e colleziono inchiostri.

«Chi inizia a tenere un diario [...] diventa l’uomo del diario. Non segna più nel suo diario quello che quotidianamente pensa, ma lo pensa per segnarlo».

28 Agosto 2007 Pubblicato da Stefania Mola | Michail Bulgakov, Miguel de Unamuno | , | Ancora nessun commento.

Intersezioni

«Mentre attraversavo la stanza di John ed entravo nello studio, gettai un’occhiata alla sua scrivania. Non posso dire di averla guardata nel vero senso della parola, buttai solo lo sguardo per la stanza mentre andavo alla porta: ma lì, appoggiato in vista, al centro di un assortimento di penne, matite e risme di carta scompigliate, c’era un taccuino blu dalla copertina rigida, molto simile a quello che avevo comprato la mattina a Brooklyn. La scrivania di uno scrittore è un luogo sacro, il santuario più privato del mondo, e agli estranei non è dato avvicinarsi senza autorizzazione. Io non mi ero mai accostato alla scrivania di John ma ero così sbalordito, così curioso di sapere se il taccuino era proprio uguale al mio, che scordai ogni discrezione e andai a esaminarlo. Il taccuino era chiuso, appoggiato con la faccia in alto a un dizionario, e nel momento in cui mi chinai a esaminarlo vidi che era la copia esatta di quello che avevo a casa sulla mia scrivania. Per ragioni che ancora mi sorprendono, questa scoperta fu un’emozione enorme».

1 Agosto 2007 Pubblicato da Stefania Mola | Paul Auster | | Ancora nessun commento.

Più in là

Scotta la terra percorsa
da sghembe ombre di pinastri,
e al mare là in fondo fa velo
più che i rami, allo sguardo, l’afa che a tratti erompe
dal suolo che si avvena.
[...]
Tu m’hai detto primo
che il piccino fermento
del mio cuore non era che un momento
del tuo; che mi era in fondo
la tua legge rischiosa: esser vasto e diverso
e insieme fisso:
e svuotarmi così d’ogni lordura
come tu fai che sbatti sulle sponde
tra sugheri alghe asterie
le inutili macerie del tuo abisso.
[...]
Mia vita è questo secco pendio,
mezzo non fine, strada aperta a sbocchi
di rigagnoli, lento franamento.
È dessa, ancora, questa pianta
che nasce dalla devastazione
e in faccia ha i colpi del mare ed è sospesa
fra erratiche forze di venti.
(Mediterraneo)

[...]
sotto l’azzurro fitto
del cielo qualche uccello di mare se ne va;
né sosta mai: perché tutte le immagini portano scritto:
‘più in là!’.
(Meriggi e ombre – L’agave su lo scoglio. Maestrale)

[Eugenio Montale]

[La foto è stata scattata tra Castro e Santa Cesarea (LE) ieri, prima di tuffarsi]

1 Luglio 2007 Pubblicato da Stefania Mola | Eugenio Montale | , | Ancora nessun commento.

La città e gli occhi

Rilesse per caso e senza emozioni alcuni passaggi di quell’epistolario fitto e serrato, pieno di racconti sgranati e nostalgie, di immagini, frammenti, fili che non le appartenevano eppure le erano stati consegnati insieme alle loro trame perché ne avesse cura. Li rilesse senza trovarvi traccia invasiva di sé in quella vita. Anzi: cautela, gioia nel ricevere l’inatteso dono della confidenza e dell’abbandono, rispetto e distanza nel maneggiare con delicatezza la fragilità delle storie e dei giorni. Tutto, in quella città mai abitata, fuorché i presupposti di un esilio.

Gli antichi costruirono Valdrada sulle rive d’un lago con case tutte verande una sopra l’altra e vie alte che affacciano sull’acqua i parapetti a balaustra. Cosí il viaggiatore vede arrivando due città: una diritta sopra il lago e una riflessa capovolta. Non esiste o avviene cosa nell’una Valdrada che l’altra Valdrada non ripeta, perché la città fu costruita in modo che ogni suo punto fosse riflesso dal suo specchio, e la Valdrada giú nell’acqua contiene non solo tutte le scanalature e gli sbalzi delle facciate che s’elevano sopra il lago ma anche l’interno delle stanze con i soffitti e i pavimenti, la prospettiva dei corridoi, gli specchi degli armadi. Gli abitanti di Valdrada sanno che tutti i loro atti sono insieme quell’atto e la sua immagine speculare, cui appartiene la speciale dignità delle immagini, e questa loro coscienza vieta di abbandonarsi per un solo istante al caso e all’oblio. Anche quando gli amanti dànno volta ai corpi nudi pelle contro pelle cercando come mettersi per prendere l’uno dall’altro piú piacere, anche quando gli assassini spingono il coltello nelle vene nere del collo e piú sangue grumoso trabocca piú affondano la lama che scivola tra i tendini, non è tanto il loro accoppiarsi o trucidarsi che importa quanto l’accoppiarsi o trucidarsi delle loro immagini limpide e fredde nello specchio. Lo specchio ora accresce il valore alle cose, ora lo nega. Non tutto quel che sembra valere sopra lo specchio resiste se specchiato. Le due città gemelle non sono uguali, perché nulla di ciò che esiste o avviene a Valdrada è simmetrico: a ogni viso e gesto rispondono dallo specchio un viso o gesto inverso punto per punto. Le due Valdrade vivono l’una per l’altra, guardandosi negli occhi di continuo, ma non si amano.

25 Giugno 2007 Pubblicato da Stefania Mola | Italo Calvino | | Ancora nessun commento.