Non c’è viaggio senza che si attraversino frontiere – politiche, linguistiche, sociali, culturali, psicologiche, anche quelle invisibili che separano un quartiere da un altro nella stessa città, quelle tra le persone, quelle tortuose che nei nostri inferi sbarrano la strada a noi stessi. Oltrepassare frontiere; anche amarle – in quanto definiscono una realtà, un’individualità, le danno forme, salvandola così dall’indistinto – ma senza idolatrarle, senza farne idoli che esigono sacrifici di sangue. Saperle flessibili, provvisorie e periture, come un corpo umano, e perciò degne di essere amate; mortali, nel senso di soggette alla morte, come i viaggiatori, non occasione e causa di morte, come lo sono state e lo sono tante volte. Viaggiare non vuol dire soltanto andare dall’altra parte della frontiera, ma anche scoprire di essere sempre pure dall’altra parte. In Verde acqua Marisa Madieri, ripercorrendo la storia dell’esodo degli italiani da Fiume dopo la seconda guerra mondiale, nel momento della riscossa slava che li costringe ad andarsene, scopre le origini in parte anche slave della sua famiglia in quel momento vessata dagli slavi in quanto italiana, scopre cioè di appartenere anche a quel mondo da cui si sentiva minacciata, che è, almeno parzialmente, pure suo.
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L’attenzione perduta
Non si tratta di essere contro la tecnologia, ma di capire quanto la tecnologia serva a noi e quanto noi, invece, siamo destinati ad essere servi della tecnologia. Senza attenzione profonda, uno scrittore non riesce a scrivere un libro, un poeta una poesia, uno scienziato fare una scoperta. Senza attenzione profonda si disgregano anche i rapporti umani, perché quel che costruisce i rapporti umani è soltanto l’amore, e l’amore non è altro che una forma di attenzione prolungata nel tempo.
(Susanna Tamaro, in «Corriere della Sera», giovedì 6 giugno 2013 p. 23)
Poiché veramente ogni errore umano, poetico, spirituale, non è, in essenza, se non disattenzione.
(Cristina Campo, in Attenzione e poesia)
Nostos
«So che è difficile separare le immagini, e i soprassalti, del tempo passato dalla riflessione intorno al tempo, è difficile separare le rifrazioni intime del nostos dalla poetica del ritorno. Come è difficile dire della ricordanza, della leopardiana ricordanza, senza avvertire il suono affettivo e intimo di quel rintocco, di quella risonanza, che ha il cuore (cor) dentro la parola stessa. [...] Ritorno, ripercussione, ripetizione della “immagine antica”: le parole con le quali il poeta definisce la ricordanza dicono, insieme, il farsi presenza di una lontananza, il cadere – il ripercuotersi – di un tempo in un altro tempo, il riapparire di qualcosa che era assente: movimento, quest’ultimo, alla cui simbolizzazione Freud annetterà un piacere, il piacere appunto della ripetizione, l’infantile sospensione dell’assenza materna, del suo vuoto, attraverso il Fort-Da. [...] Se la ricordanza leopardiana ha qualcosa della proustiana “mémoire involontaire“, ha di proprio il movimento che non scaturisce dall’occasione, dall’istante, per ritrovare quel che è perduto, ma risale dalla lontananza verso la presenza; e ha anche, di proprio, l’energia particolare della poesia, la quale accoglie il tempo irreversibile nel proprio tempo, tempo che è ritmo e silenzio, interrogazione e presenza.
Quanto poco
E quanto poco rimane di ogni individuo nel tempo inutile come la neve scivolosa, di quanto poco rimane traccia, e di quel poco tanto si tace, e di quello che non si tace si ricorda dopo soltanto una parte minima, e per poco tempo: mentre viaggiamo verso il nostro sfumare lentamente per transitare soltanto alla schiena o al rovescio di quel tempo, dove non si può continuare a pensare se non si può continuare a prendere commiato: «Addio risate e addio oltraggi. Non vi vedrò più, né voi mi vedrete. E addio ardore, addio ricordi».
(Javier Marías, Domani nella battaglia pensa a me)
Oggi
Per ogni Giuditta, Ruth, Deborah, Rachele, Anna c’è sempre una collina su cui riposare e dove essere ricordate senza mai invecchiare. C’è una nuova Spoon River che ne racconta paure e desideri sfidando oblio e fatalità delle vicende umane. Tra le tante immagini del viaggio/pellegrinaggio raccontato in questo libro ne ho scelta una che mi ha particolarmente colpita. Un’immagine che ci porta a Cracovia, in quella che un tempo si chiamava piazza della Concordia (Plac Zgody), finché la concordia non venne riscritta dall’orrore. Oggi è occupata da una serie di grandi sedie, come se i tanti portati via potessero finalmente tornare e lì riposarsi, e magari raccontare ai passanti che è stato tutto soltanto un pessimo sogno. Enormi sedie vuote in attesa di un ritorno che non ci sarà mai.
Naufragi
Il naufragio è uno degli esiti possibili della navigazione, che può a sua volta essere conseguenza di una passione che spinge l’uomo ad ampliare i limiti del quotidiano. [...] Durante il Settecento e l’Ottocento la navigazione marittima vive un’epoca di straordinario splendore. Ai progressi tecnologici delle imbarcazioni bisogna aggiungere un enorme perfezionamento della strumentazione nautica e l’approfondimento delle conoscenze astronomiche e cartografiche; tuttavia, crescendo il numero di navi che solcano le acque, i naufragi finiscono per trasformarsi i eventi frequenti, capaci di eccitare la curiosità, l’interesse morboso e la pietà del grande pubblico. Eppure, le ragioni dell’interesse per i disastri nel mare in tempesta non si devono attribuire all’aumento di questo genere di disgrazie e neppure alla maggiore diffusione di queste notizie a mezzo stampa, bensì a motivazioni di natura estetica, o se vogliamo filosofica. Come scrive Blumenberg, «l’uomo conduce la sua vita ed erige le sue istituzioni sulla terraferma. Ma il movimento della propria esistenza cerca di comprenderlo, nella sua totalità, specialmente con la metafora del temerario navigare». [...]
Febbraio, notte
Ma la malinconia ci rivela come in essa la musica trascini con sé motivi di acuta sofferenza; e questo perché il suo ascolto richiama alla memoria le ore trascorse in una Stimmung, in uno stato d’animo, di perduta serenità.
(Eugenio Borgna, La solitudine dell’anima)
Non come spine, ma davvero spine, una per ogni dito, ogni parola una spina, nel mese più breve dell’anno un intero roveto premuto sul bianco della pagina.
Sogno di Natale
…Gesù, ritornato innanzi a me come prima posandomi una mano sul petto riprese: «Cerco un’anima, in cui rivivere. Tu vedi ch’io son morto per questo mondo, che pure ha il coraggio di festeggiare ancora la notte della mia nascita. Non sarebbe forse troppo angusta per me l’anima tua, se non fosse ingombra di tante cose, che dovresti buttar via. Otterresti da me cento volte quel che perderai, seguendomi e abbandonando quel che falsamente stimi necessario a te e ai tuoi: questa città, i tuoi sogni, i comodi con cui invano cerchi allettare il tuo stolto soffrire per il mondo… Cerco un’anima, in cui rivivere: potrebbe esser la tua come quella d’ogn’altro di buona volontà».
«La città, Gesù?» io risposi sgomento. «E la casa e i miei cari e i miei sogni?»
«Otterresti da me cento volte quel che perderai» ripeté Egli levando la mano dal mio petto e guardandomi fiso con quegli occhi profondi e chiari.
«Ah! io non posso, Gesù…» feci, dopo un momento di perplessità, vergognoso e avvilito, lasciandomi cader le braccia sulla persona.
Come se la mano, di cui sentivo in principio del sogno l’impressione sul mio capo inchianto, m’avesse dato una forte spinta contro il duro legno del tavolino, mi destai in quella di balzo, stropicciandomi la fronte indolenzita. È qui, è qui, Gesù, il mio tormento! Qui, senza requie e senza posa, debbo da mane a sera rompermi la testa.
(Luigi Pirandello, Sogno di Natale e altri racconti)
L’avvelenata
Era l’unica, Filumena… che io le ho cercato aiuto con gli occhi, e non potevo veramente dire, non potevo! Doveva essere lei, che era la più grande, a venire a vedere, quando mi domandava: «Ma che tieni? Parla». Ma io che dovevo parlare?! Tu eri un santo per lei. E quella cosa non doveva, non poteva esistere… Quella cosa che si è mangiata giorno dopo giorno tutta la nostra casa, papà, il mio corpo, la mia anima, gli occhi di chi ci guardava, i muri delle pareti, il basilico delle piante. Quella cosa oscura che nessuno la poteva nominare, un pozzo che un bel momento si è aperto proprio in mezzo alla nostra casa, e tutti dovevamo girarci intorno e fare finta che non c’era. Eppure il pozzo stava lì, e più noi facevamo finta di non vederlo e più quello si ingrossava, si gonfiava, buio, fetente, e risucchiava ogni pensiero, ogni gesto [...] e si divorava tutto, come un cane ringhioso, un pezzetto di vita ogni giorno, che tu non te ne accorgevi, un poco alla volta, fino a che dentro quel ventre non fu risucchiata ogni cosa.
Il profumo della neve
Chiediamo alle nostre gioie di ieri e ai nostri dolori dell’altroieri di riempire il vuoto in cui ci troviamo. Sogniamo di ricucire ciò che il tempo ha strappato. Tra il ricordo e l’oblio allestiamo la fiera delle nostre ricorrenze. Chiamiamo all’appello i giorni scomparsi. Li tiriamo fuori dai loro limbi. Per ventiquattr’ore li festeggiamo. Essi fanno una scappata e poi se ne tornano nelle loro residenze d’ombra.
La funzione prima dell’anniversario è quella di rifornirci di buon tempo antico. Ci placa la fame di nostalgia e di infanzia. «La neve profuma di mele, come un tempo», diceva Mandel’stam. La celebrazione di ciò che è stato ci offre un’occasione per le lacrime, il rimpianto o la commozione. Stanchi di vivere senza tracce e senza ricordi, non accettiamo che la morte sia morta. Scoperchiamo le tombe. Disseppelliamo le stagioni passate. L’anniversario ci rassicura. Testimonia che i giorni trascorsi si aggirano sempre nei paraggi. Hanno solo perso i sensi. Il tempo riposa, come una bella addormentata nel bosco nella sua bara di cristallo, ed è capace, se lo si lusinga e lo si accarezza, di risvegliarsi.





