Tutto passa

caffe_tempoTutto galleggia, il corpo, la memoria.

Louise è un nome ricorrente tra i personaggi. Anche certi luoghi e certe atmosfere ritornano. Nell’idea dell’autore ciò è tutt’altro che casuale, e sottintende il legame sottile tra storie che altrimenti appaiono assolutamente indipendenti. Dietro il titolo di Tutto passa ci sono infatti nove racconti di atmosfere sospese e ingannevoli, nove spartiti di variazioni sul tema, nove storie di tempo, domande e percorsi di vita paralleli, nove indagini sui ricordi, le tracce, i frammenti che, a dispetto del tempo che scorre, abitano e ingombrano le nostre vite.

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Effetto Droste

matthieussent-vendettaOra posso occuparmi dei miei personaggi a tempo pieno. Il mio autore c’est moi. O quasi. Ho consumato la mia vendetta. Ho finalmente preso il posto dell’altro.

Brice Matthieussent, nella vita traduttore francese, pubblica nel 2009 Vengeance du traducteur, il libro che io leggo in traduzione italiana con il titolo di La vendetta del traduttore. Io narrante (senza nome, ma che a un certo punto si fa chiamare Trad, Brad, Ted o Teddy) è il traduttore francese di Translator’s Revenge (stesso titolo di quello che leggo), opera mediocre scritta da ignoto autore americano sottoposta a progressiva e sistematica “espunzione unilaterale” di intere parti del discorso (un ossimoro lo definirebbe “pesante alleggerimento”) allo scopo – palesato sin dall’inizio – di “sfondare” la linea di separazione tra le note e il testo e impadronirsi della pagina. La barra scura, che nel ribattere ossessivo del traduttore assume i contorni di tombino stagno o pietra sepolcrale, al di sotto della quale macera l’opera umile ma indispensabile di chi lavora nell’ombra e qui, per vendetta, non traduce bensì “modifica”, “corregge”, “amputa”, “sovverte”, “addobba”, devastando il testo pur lasciando in apparenza tutto in ordine.

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Quel tempo impuro

«Una società impregnata di letteratura è più difficile da manipolare da parte del potere, è più difficile da sottomettere e da ingannare»: a margine di un breve – ma serratissimo – dialogo tra due dei più importanti intellettuali e scrittori contemporanei, mentre affrontano i rapporti tra letteratura, cultura, società e politica, indugiano sul viaggiare e il raccontare dell’Ulisse omerico e riflettono intorno ai possibili compiti della letteratura – tra i quali s’impone il far sentire «la necessità avventurosa di creare ogni volta un nuovo mondo» nonché quell’inquietudine «con la quale torniamo nel mondo dopo esserci confrontati con una grande opera letteraria» che fa di noi «cittadini critici, indipendenti e più liberi».

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L’analfabeta

All’inizio, non c’era che una sola lingua. Gli oggetti, le cose, i sentimenti, i colori, i sogni, le lettere, i libri, i giornali erano quella lingua.

Un’autobiografia in undici frammenti potrebbe sembrare eccessivamente scarna. Eppure sin dalle prime righe si viene colti alla sprovvista dalla assoluta densità del racconto e di alcuni nodi essenziali per la comprensione della figura di Ágota Kristóf. Un racconto imperniato su un analfabetismo non voluto che costringe a ricostruire lingua, lettura e scrittura per recuperare il senso di appartenenza perduto, lasciato nella terra d’origine insieme alla famiglia, alla scrittura segreta del primo diario, alle prime poesie.

Ricostruire, pur senza recuperare la lingua iniziale – intima e universale – fatta di oggetti, cose, sentimenti, sogni smarriti insieme al «filo d’argento dell’infanzia». Scoprendo, invece, l’impensabile esistenza di altre lingue, lingue «nemiche», da acquisire con difficoltà senza mai poterle padroneggiare, lingue d’esilio, di distanza e di dolore che lentamente uccidono ciò che resta della lingua d’origine, imposte dalla necessità di sopravvivere. E di scrivere.

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Dove la parola si decanta

Io guardo spesso il cielo. Lo guardo di mattino nelle
ore di luce e tutto il cielo s’attacca agli occhi e viene a
bere, e io a lui mi attacco, come un vegetale
che si mangia la luce.

(Mariangela Gualtieri, da Fuoco centrale e altre poesie per il teatro)

«[...] La luce pugliese è fra le più nitide al mondo, almeno di quel po’ di mondo che conosco, e non a caso credo ci siano nomi come Leuca o Patù. Dire Santa Maria di Leuca è come dire Santa Maria della Luce, una luce che ingravida ma che lo sai, può prosciugarti e seccarti fino a fare di te un minerale. Penso al Salento come ad un santuario della luce. Ci torno ogni volta che posso e sempre ci cammino con devozione, avvertendo più forte, qui, la sacralità della terra e della natura, le potenze arcaiche che lasciano tracce qua e là. L’altro forte sentire, sempre, è la gratitudine per chi ha conservato e rispettato questa bellezza, per chi certo si sarà battuto per lei, per chi non ha ceduto al cemento e al profitto.
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La venditrice di piccole cose

Ho letto questo libro un mese fa, appena prima di un breve ritorno nelle terre lucchesi in cui sono ambientati i suoi dieci racconti. E a caldo avevo scritto le mie impressioni all’Autrice, dalla quale – prima ancora di avere in dono il libro – avevo ricevuto il privilegio di seguire in parte l’evolversi di questa bella avventura. Facendo conoscenza con la signora Parrini, ad esempio, un personaggio straordinario in tutta la sua quieta e ordinaria semplicità ormai “datata”. Un personaggio emblematico per capire il senso della scelta della forma “racconto” che Patrizia Bartoli mostra di saper gestire con cognizione di causa insieme ad una padronanza della scrittura in debito – prima ancora che con il suo ruolo di insegnante – con la sua curiosità ed esperienza di lettrice.

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[Poesia] tra l’origine e l’approdo

L’ascolto, l’esercizio assiduo dell’ascolto, può essere il primo movimento verso l’atto del tradurre. L’ascolto dei suoni, dei pensieri, della voce – una voce che rinasce sotto il silenzio delle lettere – è come un’invasione dolce del nostro pensare: è una prima presenza che chiede di essere accolta.
[...]
La traduzione è un ponte che mette in rapporto le differenze: passaggio, dialogo, incontro. Antitetica, in questo, alla guerra. Sua negazione: o suo esorcismo, sua sospensione?

(Antonio Prete, All’ombra dell’altra lingua, Bollati Boringhieri 2011)

La manomissione delle parole

Alle volte mi sembra che un’epidemia pestilenziale abbia colpito l’umanità nella facoltà che più la caratterizza, cioè l’uso della parola, una peste del linguaggio che si manifesta come perdita di forza conoscitiva e di immediatezza, come automatismo che tende a livellare l’espressione sulle formule più generiche, anonime, astratte, a diluire i significati, a smussare le punte espressive, a spegnere ogni scintilla che sprizzi dallo scontro delle parole con nuove circostanze.

(I. Calvino, Lezioni americane)

Mi piace che sia un libro “necessario”, nato sugli scaffali di una libreria immaginaria ma riflesso del bisogno reale (politico, letterario, etico) «di trovare dei modi per dare senso alle parole, e dunque per cercare di dare senso alle cose». Con un espediente che a Calvino sarebbe assai piaciuto, La manomissione delle parole irrompe direttamente dal capitolo diciotto di Ragionevoli dubbi con la necessità di smontare le parole e «controllare cosa non funziona, cosa si è rotto, cosa ha trasformato meccanismi delicati e vitali in materiali inerti». Cosa impedisce loro di incidere con esattezza e dignità sul presente e generare crescita e trasformazione.

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La forma del desiderio

Nella mia esperienza la spinta a scrivere è sempre legata alla mancanza di qualcosa che si vorrebbe conoscere e possedere, qualcosa che ci sfugge. E siccome conosco bene questo tipo di spinta, mi sembra di poterla riconoscere anche nei grandi scrittori le cui voci sembrano giungerci dalla cima d’una esperienza assoluta. Quello che essi ci trasmettono è il senso dell’approccio all’esperienza, più che il senso dell’esperienza raggiunta; il loro segreto è il saper conservare intatta la forza del desiderio.

In un certo senso, credo che sempre scriviamo di qualcosa che non sappiamo: scriviamo per rendere possibile al mondo non scritto di esprimersi attraverso di noi. Nel momento in cui la mia attenzione si sposta dall’ordine regolare delle righe scritte e segue la mobile complessità che nessuna frase può contenere o esaurire, mi sento vicino a capire che dall’altro lato delle parole c’è qualcosa che cerca d’uscire dal silenzio, di significare attraverso il linguaggio, come battendo colpi su un muro di prigione.

(Italo Calvino, Mondo scritto e mondo non scritto, 1983)

Se la scrittura uccide la memoria

[...] E il Re gli domandò del giovamento di ciascuna di esse arti; e [...] biasimava quel che non gliene paresse bene, quel che sì, lodava. E narrasi aver mostrati a Theuth molti beni e mali di ciascun’arte, i quali sarebbe lunga cosa assai contare. Ma, come si fu venuto alle lettere, Theuth così disse: – Queste, o re, faran più sapienti gli Egizii e più memoriosi; però ch’elle sono medicina di memoria e sapienza –. E quello: – O artificiosissimo Theuth, uno valente è a partorire le arti, e un altro a giudicare del danno e del giovamento che arrecano poi a quelli che ne useranno. E ora tu, padre di esse lettere, per amore hai affermato esse fare il contrario di quello che fanno. Conciossiaché elle cagionano smemoramento nelle anime di coloro che le hanno apprese, perocché più non si curano della memoria, come quelli che, fidando della scrittura, per virtù di strani segni di fuori si rammentano delle cose, non per virtù di dentro e da sé medesimi. Dunque trovato hai medicina, non per accrescere la memoria, sibbene per rivocare le cose alla memoria. E quanto a sapienza, tu procuri ai discepoli l’apparenza sua, non la verità; i quali, senza insegnamento, uditori di molte cose, di molte cose si crederanno esser conoscitori, e sono ignoranti, e anche non accostevoli, per ciò che paiano e non sono savii [...].

(Platone, Fedro, LIX, traduzione di Francesco Acri)