Elogio dell’ozio
I giorni sono propizi perché in una ideale “biblioteca degli oziosi” trovino posto Seneca, Epitteto, Bertrand Russell, Itsuo Tsuda; perché la pigrizia sia elogiata con un pizzico di ironia da Paul Lafargue, l’ozio creativo riabilitato dalle parole di Mimmo De Masi e lo status di lusso sancito a tutti gli effetti da Armando Torno.
E a margine, tra l’incertezza di dividersi fra riflettere e agire e la tentazione di riappropriarsi dei tempi più consoni al pensiero, al corpo e allo spirito, rileggere Stevenson, che per l’argomento rivendica il «pari diritto ad affermare le sue prerogative di quanto ne abbia l’operosità stessa» insinuando il sospetto che persino la lettura (attività che nelle pause si riscatta spesso da tempi più frenetici e disattenti) possa trasformare l’ozio da benefico in affaticato, «perché, come ci ricorda il vecchio proverbio, se un uomo legge molto, gli resterà poco tempo per pensare».
Libri e inganni
Era un grande quadrato di venti piedi per venti, collocato al centro della stanza. La sua superficie era fatta di piccoli cubi di legno, di dimensioni variabili, ma grossi in media come un ditale, e legati per mezzo di un filo di ferro. Su ciascuna faccia di questi cubi era attaccato un pezzo di carta con su scritta una parola in laputiano. C’erano tutte le parole della lingua, nei loro differenti tempi, modi o casi, ma senza alcun ordine. Il professore mi pregò di fare attenzione, perché stava per far funzionare la macchina. A un ordine, ciascun allievo prese una delle quaranta manovelle di ferro disposte ai lati del telaio e le fece fare un giro brusco, in modo che la disposizione delle parole si trovò completamente cambiata; poi trentasei di loro furono incaricati di leggere a bassa voce le differenti righe che apparivano sul quadro, e quando trovavano tre o quattro parole che, messe l’una di seguito all’altra, costituivano un elemento di frase, le dettavano ai quattro altri giovani che servivano come segretari. Questa operazione fu ripetuta tre o quattro volte, e l’apparecchio era concepito in modo che, a ogni giro di manovella, le parole formassero combinazioni diverse, col girare dei cubi su se stessi [...]
Nel corso del suo terzo viaggio Gulliver si imbatte nell’isola volante di Laputa e nella città di Lagado, sede di una Grande Accademia stravagante almeno quanto gli scienziati che vi operano. È lì che trova la macchina per fare libri, un mostruoso congegno che può produrre fior di volumi grazie all’associazione di parole casualmente combinate dal moto di cubetti fatti girare con delle manovelle.
Essenziale amicizia
Scrivere è difendere la solitudine in cui ci si trova; è un’azione che nasce solo da un isolamento effettivo, ma comunicabile, in cui proprio per la lontananza di tutte le cose concrete è possibile scoprire relazioni tra loro.
María Zambrano e Cristina Campo, due solitudini e due scritture. Due diverse declinazioni di esilio e di distanza dal mondo. Del loro incontro attraverso le parole e della profonda intesa nata nonostante vent’anni di differenza anagrafica ci è concessa la lettura di una voce sola – quella di Vittoria Guerrini/Cristina Campo – scampata al naufragio che sembra il destino d’ogni suo carteggio.
E tuttavia un relitto così prezioso (22 testi brevi e discontinui nei quali con familiarità, affetto e dedizione estremi Cristina si rivolge a María definendola «mia Custode», «dolcissima», «vicina sempre») non impedisce all’«essenziale amicizia» instauratasi tra le due corrispondenti di mostrarsi nella sua purezza di «dono da solitudine a solitudine», concordando con quanto suggerito dalla curatrice Maria Pertile nella nota che apre il volumetto: «Dato che una lettera vera proviene dallo spazio incalcolabile dell’amicizia, ciò che resta non è (mai) poco».
Stabat Mater
«Signora Madre è notte fonda. [...] Guardate questi fogli, pieni di musica e parole: assomigliano alle mie giornate. Il tempo non è mio, il mio tempo non mi appartiene. Da quando sono nata debbo fare quello che mi dicono qui dentro, e così le cose che mi stanno a cuore devo riuscire a metterle negli spazi che restano, nelle intercapedini che per caso rimangono vuote. Vi penso dove posso, quando posso, fra una cosa e l’altra. Siete talmente importante che vi metto dappertutto. [...] Signora Madre, se vi scrivo anche dentro il pentagramma è perché non trovo altri fogli per voi, ma forse anche perché questa parole sono la melodia del mio pensiero che vi canta».
Càpita di amare un libro in tempi non sospetti, sottotraccia, e d’improvviso ritrovarlo tra premi e lustrini, polemiche e invidie, sulla bocca di tutti, e non riconoscerlo nell’attenzione tributata dalla moltitudine ostinandosi – invece – a farlo nell’esclusività delle ragioni del proprio amore. Francamente le polemiche di queste ore avrebbero un senso solo se servissero a vedere ripubblicata e disponibile l’intera opera di Anna Banti, della quale ho seri dubbi che i più abbiano sentito parlare o magari letto almeno una pagina prima d’oggi. Le polemiche – dicevo – non mi interessano granché, se non per riflettere ulteriormente sul vizio capitale più frequentato tra gli esseri umani e soprattutto tra coloro che scrivono (avendone la stoffa o meno).
Il libro degli elogi
Forse, in ultima analisi, la storia della lettura è la storia di ciascun lettore.
Elogio della Bibbia: che lo si consideri uno dei libri di Dio o soprattutto una creazione dei suoi lettori (poiché ogni traduzione è una lettura), è un libro a tutti gli effetti e pertanto sottoposto a giudizio del lettore, che può trovarlo ripetitivo ma anche ammettere che come primo tentativo di un autore alle prime armi, questo libro del mondo non sia niente male.
Elogio del libro tascabile: pensando a quelle pagine intime che amiamo portarci in un caffè solitario, al mare o a letto e che scandiscono le ore più lievi della nostra vita. Come ogni lettore avveduto sa, al di là dei tomi monumentali e delle legature altere e prestigiose, le virtù di un libro, ben al di là delle parole che contiene, risiedono nella sua capacità di accompagnarci. […] L’essere «tascabile», per quel che riguarda un libro, è una qualità che lo trasforma in una parte del nostro corpo, come sarà, una volta che l’avremo letto, parte del nostro spirito. Un toccasana per questi tempi di solitudini inventate e benestanti, in cui risuona attualissima la frase che Manguel ricorda attribuendola a John Adams che l’avrebbe pronunciata nel 1781 all’indirizzo di suo figlio: “Non sarai mai solo se ti porti in tasca un poeta”.
Il giorno prima della felicità
La libertà uno se la deve guadagnare e difendere.
La felicità no, quella è un regalo, non dipende se uno fa bene il portiere e para i rigori.
La felicità: come mi permettevo di nominarla senza conoscerla? Suonava svergognata in bocca a me, come quando uno si vanta di conoscere una celebrità e la chiama col suo nome, dice Marcello, per indicare Mastroianni.
Napoli, anni Cinquanta del secolo scorso. Un ragazzo, detto lo Smilzo ma anche ‘a Scigna (la Scimmia), incontra don Gaetano, portiere tuttofare con il dono di leggere i pensieri altrui, destinato a diventare per lui amico, padre e maestro. Entrambi orfani, seppure di generazioni diverse, si incontrano in una città che per loro è madre e appartenenza.
T’aggia imparà e t’aggia a perdere, dice Napoli ai suoi figli, quando ti avrò insegnato ti dovrò abbandonare, ripete don Gaetano allo Smilzo senza nome, tra un profumo di pasta e patate e un giro di scopa a carte in attesa che il paziente e quotidiano apprendistato a vivere lo porti a vincere la sua prima partita. Perché la felicità, il più speciale dolore, una fitta agli occhi e uno squaglio di cioccolata in bocca, è anche un amore sbagliato ma cercato da sempre, mentre l’amicizia si confonde con la storia della città insorta contro i nazisti nel settembre del ’43. Storia di resistenza e conquista di libertà che don Gaetano racconta, testimone di una felicità indimenticabile.
Don Gaetano mi passava le consegne di una storia. Era un’eredità. I suoi ricordi diventavano ricordi miei. Riconoscevo da dove venivo, non ero figlio di un palazzo, ma di una città. Non ero un orfano di genitori […] Mi aveva trasmesso l’appartenenza. Ero uno di Napoli, per compassione, collera e pure vergogna di chi arriva tardi a nascere.
Un’età ferita
– Non c’è stato molt’altro nella vita.
– No, è quasi tutto laggiù.
Non solo liste di oggetti cari o enumerazioni nostalgiche. Il ricordo dell’infanzia restituisce a volte anche un certo modo – irripetibile – di avvicinare la realtà. Cosa accade al lettore in erba, capace di scegliere dalla biblioteca di casa – per sfinimento e dopo mille esitazioni – il libro da divorare «con gaudio immediato e invereconda immersione»? Cosa accade se a lettura conclusa, «proprio nel momento indifeso che succede all’illusione fantastica, quando da quel lusso siamo restituiti alla necessità della nostra vita e abbandonata una pienezza di significati non ne abbiamo ancora recuperata un’altra», ci viene offerto in dono proprio quel libro appena riposto sullo scaffale?
Quanta stella
Mi farebbe bene se mi lasciassero parlare, anche se non c’è lingua in cui raccontare o scrivere. Le parole normali non possono far capire quello che ho vissuto e visto: dire terrore, orrore, paura, dolore, sofferenza, fame, freddo non esprime quel freddo, quella fame, quel terrore.
Anita non ha ancora 16 anni ed è una sopravvissuta. È lei stessa a domandarsi chi sia, dopo la deportazione, a definirsi di volta in volta «vita salvata», «fuggiasca», «straniera tra dispersi», «persa» e a trasmetterci questa sua condizione di fuga e deriva attraverso la difficoltà a comunicare e a comprendere ciò che le gira vorticosamente intorno. Anita è una sopravvissuta senza radici, luoghi e lingua, costretta ad assecondare circostanze ed esseri [dis]umani che la tragedia della guerra ha reso affamati, ciechi e sordi di fronte all’amore. Circostanze ed esseri in cui la parola shalom non è «che una parola qualsiasi, piatta, stecchita dall’uso, mentre le parole “guerra”, “odio” le sentivo vive».
La incontriamo, priva di sogni e di effetti personali, su un vagone di terza classe che somiglia a un girone di dannati danteschi, «viaggiatrice clandestina» che si lascia alle spalle l’orrore del campo di sterminio e la solitudine dell’orfanotrofio alla volta di una geografia che le è totalmente ignota ma che tuttavia percepisce come intollerante e pronta all’aggressione.
Le chant des sables
Elle était partie de là-bas, du fin fond des terres calcinées de la montagne, en amont du désert d’Anabar.
Questo di Angéle Paoli è un dono in ogni senso. Se è vero che le parole, nel momento in cui incontrano dapprima la carta e poi lo sguardo altrui, cessano di appartenere alla penna da cui sono fluite e diventano di chi le legge; e se è vero, ancor di più, che esistono tanti possibili libri quanti sono i lettori; allora è un dono esclusivo, in cui ognuno si sente pensato con l’attenzione che si riserva a ciò che ci sta a cuore.
Ricevo questo dono almeno due volte, per posta e mentre gli chiedo di lasciarmi entrare. Nelle pagine percorse dalla scrittura sonora e materica di Angéle, che leggo a voce alta perché rilasci lentamente la consistenza d’acqua e di terra dei suoni, il respiro delle singole parole ma anche il moto che le gonfia tutte insieme dilagando in chi legge, come un’onda.
Inverno del cuore
Che questo non sia più dinanzi a me
da distante oso volgere il viso:
strade aperte, cielo, terre – e il sorriso
di nessun volto caro che le confonda.*
Di uomini come Stefano ce ne sono fin troppi: cinquant’anni, single di ritorno, tormentato dai risvegli e dal disordine della propria tana come da un generale senso di disfatta, gravato da un supplementare tributo d’ansia nel guardarsi allo specchio – con particolare attenzione ai territori tradizionalmente e virilmente più rappresentativi – e tuttavia senza rimpianti, geloso dei propri spazi fisici e mentali, convinto che nulla (di sé) sfugga al suo controllo.
Tutta la pena dei possibili amori
giorno e notte ho sentito tornare:
confusi un tempo e remoti, ma uguali
nel rifiutarmi una gioia serena.*






Leggere compromette la stupidità





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