Sombras

Madrid, Museo Thyssen-Bornemisza e Fundación Caja Madrid
10 febbraio – 17 maggio 2009
De pictura initiis incerta nec instituti operis quaestio est. [...] omnes umbra hominis lineis circumducta [...] Fingere ex argilla similitudines Butades Sicyonius figulus primus invenit Corinthi filiae opera, quae capta amore iuventis, abeunte illo peregre, umbram ex facie eius ad lucernam in pariete lineis circumscripsit, quibus pater eius inpressa argilla typum fecit [...]
“La questione degli inizi della pittura è molto incerta [...] tutti comunque concordano che nacque dall’uso di tracciare con delle linee il contorno dell’ombra umana [...] Butade siconio, vasaio, per primo trovò l’arte di foggiare ritratti in argilla, e questo a Corinto, per merito della figlia che, presa d’amore per un giovane e dovendo quello andar via, tratteggiò il contorno della sua ombra proiettata sulla parete dal lume di una lanterna; su queste linee il padre impresse l’argilla, riproducendo i tratti del volto”.
(Plinio il Vecchio, Naturalis Historia, XXXV, 15; 151)
Ombre/7

Johann Heinrich Füssli, Achille tenta di afferrare l’ombra di Patroclo (Zurigo, Kunsthaus)
Ad Achille l’ombra appare in sogno.
È quella del suo amico Patroclo, che gli chiede di seppellirlo per pacificare il suo spirito errante. La sua natura di ombra, infatti, non gli permette di essere tra i vivi, né di poter essere accettato nell’Ade finché sarà privo di rituale sepoltura, previo quel rogo sul quale l’amico e i compagni deporranno ciocche della loro chioma e offerte sacrificali propiziando il fuoco benevolmente alimentato da Zefiro e Borea.
Achille tenta di abbracciare Patroclo per l’ultima volta, ma abbraccia il vuoto mentre l’ombra – che nelle sue parole pronunciava affetti, volontà, memoria, conoscenza dell’immediato futuro – si dissolve come fumo.
…Tu dormi, Achille, né di me più pensi.
Vivo m’amasti, e morto m’abbandoni.
Deh tosto mi sotterra, onde mi sia
dato nell’Orco penetrar. Respinto
io ne son dalle vane ombre defunte,
né meschiarmi con lor di là dal fiume
mi si concede. Vagabondo io quindi
m’aggiro intorno alla magion di Pluto.
Or deh porgi la man, ché teco io pianga
anco una volta: perocché consunto
dalle fiamme del rogo a te dall’Orco
non tornerò più mai…
Ombre/6
So con precisione quando sono morta. Erano le tre e venti del quattordici gennaio millenovecentocinquanta, un luminoso pomeriggio di sole, inconsueto per quella stagione, sferzato da un vento che faceva galoppare le nuvole bianche nel cielo azzurro sopra di me e più in là ammantava il mare d’Irlanda di onde ancor più alte e spumose del solito.
(Neil Jordan, incipit di Ombre)
Viaggiando tra le ombre che popolano la letteratura, da sempre, l’unico dato certo è che esse vivano di vita propria, lasciando in un mare di guai o di disperazione quello che dovrebbe essere il legittimo proprietario. Sono personaggi a tutti gli effetti, spesso presenze “reali” anche per gli altri, di una “fisicità” infinitamente più libera perché ormai svincolata dalle trappole dello spazio e del tempo.
È così anche per l’ombra di Nina, anima insepolta e perciò condannata a vagare senza requie tra le stanze della sua casa ormai vuota, e ad osservare il mondo dalle sue finestre evocando altre ombre nel viaggio a ritroso, misterioso e sensuale, nei luoghi e nei contesti in cui sarebbe maturata la sua morte tragica e prematura.
Un viaggio lieve, danzato in punta di piedi tra passato e presente, suggestioni d’infanzia e innocenza perduta, affetti familiari e amicizia, amore e morte.
Danzato senza corpo, ma abitato e patito ovunque con la medesima “presenza”. Capace di curvare la superficie dello spazio e del tempo fino ad attirare nella sua orbita storie e immagini che si dipanano lungo le pagine.
Sono il narratore ideale, che abita l’ora e l’allora, danzando dall’una all’altro.
Ombre/5
L’ombra: Giacché è tanto tempo che non ti sento parlare, vorrei dartene un’occasione.
Il viandante: Parla – dove? e chi?quasi come se sentissi parlare me stesso, solo con voce più debole della mia.
L’ombra (dopo una pausa): Non sei contento di avere un’occasione di parlare?
Il viandante: Per dio e per tutte le cose a cui non credo, è la mia ombra che parla: la sento, ma non ci credo.
L’ombra: Accettiamolo e non pensiamoci oltre, tra un’ora sarà tutto finito.
Il viandante: Pensai proprio così, quando in un bosco vicino a Pisa vidi prima due e poi cinque cammelli.
L’ombra: È bene che ambedue siamo ugualmente indulgenti verso di noi, se per una volta la nostra ragione tace: così anche nel nostro colloquio non ci adireremo e non metteremo subito le manette all’altro se la sua parola ci suonerà incomprensibile. Se proprio non si sa rispondere, basta già dire qualcosa: questa è l’equa condizione alla quale io mi intrattengo con qualcuno. In un dialogo un po’ lungo, anche il più savio diventa una volta pazzo e tre volte babbeo.
Il viandante: Le tue modeste pretese non sono lusinghiere per colui al quale le confessi.
L’ombra: Debbo dunque lusingare?
Il viandante: Pensavo che l’ombra dell’uomo fosse la sua vanità: ma questa non chiederebbe mai: “debbo dunque lusingare?”.
L’ombra: La vanità umana, se ben la conosco, non domanda neppure, come io ho già fatto due volte, se può parlare: parla sempre.
Il viandante: Solo adesso mi accorgo quanto sono scortese nei tuoi confronti, mia cara ombra: non ho ancor neppure fatto parola su quanto mi rallegra di ascoltarti, e non solo di vederti. Lo sai, io amo l’ombra come amo la luce. Perché esistano la bellezza del volto, la chiarezza del discorso, la bontò e fermezza del carattere, l’ombra è necessaria quanto la luce. Esse non sono avversarie: anzi si tengono amorevolmente per mano, e quando la luce scompare, l’ombra le scivola dietro.
L’ombra: E io odio quel che odi tu, la notte; amo gli uomini perché sono seguaci della luce, e mi allieta lo splendore che è nel loro occhio quando conoscono e scoprono, loro, gli infaticabili conoscitori e scopritori. Quell’ombra che tutte le cose mostrano quando su di esse cade il sole della conoscenza – io sono anche quell’ombra.
Il viandante: Credo di capirti, anche se ti sei espressa in modo un po’ umbratile. Ma avevi ragione: i buoni amici si dicono talvolta una parola oscura, come segno d’intesa, che dev’essere un enigma per ogni altra persona. E noi siamo buoni amici. Perciò basta con i preamboli! Centinaia di domande premono il mio animo, e il tempo in cui tu potrai rispondervi forse troppo breve. Vediamo su che cosa incontrarci in fretta e pacificamente.
L’ombra: Ma le ombre sono più timide degli uomini: non dirai a nessuno come abbiamo parlato insieme!
Il viandante: Come abbiamo parlato insieme? Il cielo mi guardi da lunghi ed elaborati dialoghi scritti! Se Platone avesse avuto meno gusto a elaborare, i suoi lettori avrebbero più gusto a lui. Un dialogo che nella realtà delizia è, se trasformato in scrittura e letto, un quadro con prospettive del tutto false: tutto è troppo lungo o troppo corto. – Tuttavia potrò forse comunicarti su che cosa ci siamo accordati?
L’ombra: Questo mi basta; perché tutti vi riconosceranno solo le tue opinioni; nessuno si ricorderà dell’ombra.
Il viandante: Forse ti sbagli, amica! Sinora nelle mie opinioni si è vista più l’ombra che me.
L’ombra: Più ombra che luce? È possibile?
Il viandante: Sii seria, cara matta! La mia prima domanda esige subito serietà!
L’ombra: Di quel che hai detto, più di tutto mi è piaciuta una promessa: che volete ridiventare buoni vicini delle cose prossime. Questo tornerà a vantaggio anche di noi, povere ombre. Perché, ammettetelo, sinora ci avete calunniato anche troppo volentieri.
Il viandante: Calunniato? Ma perché non vi siete difese? Avevate pur vicine le nostre orecchie.
L’ombra: Ci sembrava appunto di esservi troppo vicine per poter parlare di noi stesse.
Il viandante: Delicato! Assai delicato! Ah, voi ombre siete “uomini migliori” di noi, me ne accorgo.
L’ombra: Eppure ci avete chiamato “importune” – noi, che almeno una cosa sappiamo fare – tacere e attendere – nessun inglese lo sa far meglio. È vero, ci si trova molto, molto spesso al seguito dell’uomo, ma mai come sue schiave. Quando l’uomo fugge la luce, noi fuggiamo l’uomo: a tanto arriva la nostra libertà.
Il viandante: Ahimé, tanto più spesso è la luce a fuggir l’uomo e allora anche voi lo abbandonate.
L’ombra: Ti ho abbandonato spesso con dolore: a me, avida di sapere, tante cose dell’uomo sono rimaste oscure, perché non posso esser sempre intorno a lui. Pur di possedere una totale conoscenza dell’uomo, sarei volentieri la tua schiava.
Il viandante: Lo sai tu, lo so io, se tu da schiava non diventeresti improvvisamente padrona? Oppure se tu rimarresti schiava ma, disprezzando il tuo padrone, condurresti una vita di umiliazione, di disgusto? Accontentiamoci ambedue della libertà, così come rimasta a te – a te e a me! Giacché la vista di un essere non libero amareggerebbe le mie gioie più grandi; le migliori cose mi ripugnerebbero, se qualcuno dovesse dividerle con me, – non voglio sapere di schiavi intorno a me. Per questo non amo il cane, il pigro e scodinzolante parassita, che è diventato “cane” solo come servo degli uomini, e di cui essi sogliono addirittura decantare la fedeltà al padrone e il fatto di seguirlo come la sua.
L’ombra: Come la sua ombra, essi dicono. Forse anch’io oggi ti ho seguito per troppo tempo? È stato il giorno più lungo, ma ne siamo alla fine, abbi ancora un attimo di pazienza! Il prato è umido, ho i brividi.
Il viandante: Oh, è già tempo di separarsi? E ho dovuto alla fine farti ancora male, l’ho visto: sei diventata più scura.
L’ombra: Arrossivo, nel colore in cui posso farlo. Mi è venuto in mente che spesso sono stata ai tuoi piedi come un cane, e che tu allora –
Il viandante: E, in tutta fretta non potrei farti ancora
L’ombra: Nessuno, tranne quello che ebbe il “cane” filosofico davanti al grande Alessandro: togliti un poco dal sole, ho troppo freddo.
Il viandante: Che debbo fare?
L’ombra: Cammina sotto quei pini e guarda i monti: il sole tramonta.
Il viandante: Dove sei? Dove sei?
Ombre/4
C’è un affascinante episodio dell’antica epopea indiana, il Mahabharata, che racconta della bellissima principessa Damayanti e dell’eroico principe Nala, a cui Damayanti è promessa.
Accadde che il giorno della cerimonia la principessa si trovò di fronte non uno ma cinque Nala: ben quattro divinità, rapite dalla sua bellezza, avevano assunto le fattezze del suo amato. In preda all’angoscia, innalzò una preghiera e realizzò improvvisamente che, dei cinque identici corteggiatori, solo uno toccava il terreno e proiettava un’ombra, il vero Nala, mentre gli altri rivelavano così la loro natura di puri fantasmi.
Ombre/3
“Ich mußte meine Scham, meine Angst, meine Verzweiflung… verbergen”
Scoprire di non produrre ombra sul terreno dev’essere una tra le cose più terribili per l’uomo.
Una esposizione della propria nudità e vulnerabilità al demone meridiano dell’ora zenitale, l’evidenza di non essere più sé stessi, ma uno, nessuno e centomila estranei a sé.
Anche Peter Schlemihl scrive al suo giudice, l’autore stesso.
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Ombre/2
“Vorrei tanto che un uomo, un uomo solo, mi capisse. E desidererei che quell’uomo fosse lei“.
Peter Pan e Charles Alavoine non si conoscono, ma hanno qualcosa in comune.
Non sono mai cresciuti abbastanza da accettare l’idea che una volta nati si debba vivere.
Agiscono sempre sorvegliati – dallo sfondo – da una figura di madre (amata, odiata, rimpianta) di cui non sanno liberarsi.
Cercano disperatamente la loro ombra.
Perché anche Charles Alavoine è un uomo senza ombra.
So con precisione quando sono morta. Erano le tre e venti del quattordici gennaio millenovecentocinquanta, un luminoso pomeriggio di sole, inconsueto per quella stagione, sferzato da un vento che faceva galoppare le nuvole bianche nel cielo azzurro sopra di me e più in là ammantava il mare d’Irlanda di onde ancor più alte e spumose del solito.
Nel corso di una delle sue visite notturne a casa della famiglia Darling, l’




Leggere compromette la stupidità





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