Trenta gradi all’ombra

Osservare il mare, le sue scaglie di luce e le gradazioni del suo verde e del suo blu, dall’ombra di un cespuglio, dove la macchia di lentisco e di mirto è più folta ma già cede alla sabbia delle dune: di qua il profumo di terra aspra e pietrosa, di là il suono dello sconfinato, il rumore della lontananza. Lu rusciu ti lu mare, il suono del mare, è voce che poi ti accompagna. Anche nell’atonia, o nel deserto del sentire.

Come ogni viaggio e ogni scrittura tutto ha inizio nel luogo natìo. Dall’Epilogo, in questo caso, da una città di palme, palazzi barocchi, balconi panciuti in ferro battuto e pietra gialla, da un “paese di luce” in cui un ragazzo legge all’ombra di un albero e di un muro di pietra viva “nella campagna assordata di cicale”. E da quell’ombra “si scorge il mondo”.

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Sombras

La sombra

Madrid, Museo Thyssen-Bornemisza e Fundación Caja Madrid

10 febbraio – 17 maggio 2009

De pictura initiis incerta nec instituti operis quaestio est. [...] omnes umbra hominis lineis circumducta [...] Fingere ex argilla similitudines Butades Sicyonius figulus primus invenit Corinthi filiae opera, quae capta amore iuventis, abeunte illo peregre, umbram ex facie eius ad lucernam in pariete lineis circumscripsit, quibus pater eius inpressa argilla typum fecit [...]

“La questione degli inizi della pittura è molto incerta [...] tutti comunque concordano che nacque dall’uso di tracciare con delle linee il contorno dell’ombra umana [...] Butade siconio, vasaio, per primo trovò l’arte di foggiare ritratti in argilla, e questo a Corinto, per merito della figlia che, presa d’amore per un giovane e dovendo quello andar via, tratteggiò il contorno della sua ombra proiettata sulla parete dal lume di una lanterna; su queste linee il padre impresse l’argilla, riproducendo i tratti del volto”.

(Plinio il Vecchio, Naturalis Historia, XXXV, 15; 151)

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Ombre/7


Johann Heinrich Füssli, Achille tenta di afferrare l’ombra di Patroclo (Zurigo, Kunsthaus)

Ad Achille l’ombra appare in sogno.
È quella del suo amico Patroclo, che gli chiede di seppellirlo per pacificare il suo spirito errante. La sua natura di ombra, infatti, non gli permette di essere tra i vivi, né di poter essere accettato nell’Ade finché sarà privo di rituale sepoltura, previo quel rogo sul quale l’amico e i compagni deporranno ciocche della loro chioma e offerte sacrificali propiziando il fuoco benevolmente alimentato da Zefiro e Borea.

Achille tenta di abbracciare Patroclo per l’ultima volta, ma abbraccia il vuoto mentre l’ombra – che nelle sue parole pronunciava affetti, volontà, memoria, conoscenza dell’immediato futuro – si dissolve come fumo.

…Tu dormi, Achille, né di me più pensi.
Vivo m’amasti, e morto m’abbandoni.
Deh tosto mi sotterra, onde mi sia
dato nell’Orco penetrar. Respinto
io ne son dalle vane ombre defunte,
né meschiarmi con lor di là dal fiume
mi si concede. Vagabondo io quindi
m’aggiro intorno alla magion di Pluto.
Or deh porgi la man, ché teco io pianga
anco una volta: perocché consunto
dalle fiamme del rogo a te dall’Orco
non tornerò più mai…

(Iliade, XXIII)

Ombre/6

So con precisione quando sono morta. Erano le tre e venti del quattordici gennaio millenovecentocinquanta, un luminoso pomeriggio di sole, inconsueto per quella stagione, sferzato da un vento che faceva galoppare le nuvole bianche nel cielo azzurro sopra di me e più in là ammantava il mare d’Irlanda di onde ancor più alte e spumose del solito.
(Neil Jordan, incipit di Ombre)

Viaggiando tra le ombre che popolano la letteratura, da sempre, l’unico dato certo è che esse vivano di vita propria, lasciando in un mare di guai o di disperazione quello che dovrebbe essere il legittimo proprietario. Sono personaggi a tutti gli effetti, spesso presenze “reali” anche per gli altri, di una “fisicità” infinitamente più libera perché ormai svincolata dalle trappole dello spazio e del tempo.

È così anche per l’ombra di Nina, anima insepolta e perciò condannata a vagare senza requie tra le stanze della sua casa ormai vuota, e ad osservare il mondo dalle sue finestre evocando altre ombre nel viaggio a ritroso, misterioso e sensuale, nei luoghi e nei contesti in cui sarebbe maturata la sua morte tragica e prematura.

Un viaggio lieve, danzato in punta di piedi tra passato e presente, suggestioni d’infanzia e innocenza perduta, affetti familiari e amicizia, amore e morte.

Danzato senza corpo, ma abitato e patito ovunque con la medesima “presenza”. Capace di curvare la superficie dello spazio e del tempo fino ad attirare nella sua orbita storie e immagini che si dipanano lungo le pagine.

Sono il narratore ideale, che abita l’ora e l’allora, danzando dall’una all’altro.

Ombre/5

L’ombra: Giacché  è tanto tempo che non ti sento parlare, vorrei dartene un’occasione.

Il viandante: Parla – dove? e chi?quasi come se sentissi parlare me stesso, solo con voce più debole della mia.

L’ombra (dopo una pausa): Non sei contento di avere un’occasione di parlare?

Il viandante: Per dio e per tutte le cose a cui non credo, è la mia ombra che parla: la sento, ma non ci credo.

L’ombra: Accettiamolo e non pensiamoci oltre, tra un’ora sarà tutto finito.

Il viandante: Pensai proprio così, quando in un bosco vicino a Pisa vidi prima due e poi cinque cammelli.

L’ombra: È bene che ambedue siamo ugualmente indulgenti verso di noi, se per una volta la nostra ragione tace: così anche nel nostro colloquio non ci adireremo e non metteremo subito le manette all’altro se la sua parola ci suonerà incomprensibile. Se proprio non si sa rispondere, basta già dire qualcosa: questa è l’equa condizione alla quale io mi intrattengo con qualcuno. In un dialogo un po’ lungo, anche il più savio diventa una volta pazzo e tre volte babbeo.

Il viandante: Le tue modeste pretese non sono lusinghiere per colui al quale le confessi.

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Ombre/4

C’è un affascinante episodio dell’antica epopea indiana, il Mahabharata, che racconta della bellissima principessa Damayanti e dell’eroico principe Nala, a cui Damayanti è promessa.

Accadde che il giorno della cerimonia la principessa si trovò di fronte non uno ma cinque Nala: ben quattro divinità, rapite dalla sua bellezza, avevano assunto le fattezze del suo amato. In preda all’angoscia, innalzò una preghiera e realizzò improvvisamente che, dei cinque identici corteggiatori, solo uno toccava il terreno e proiettava un’ombra, il vero Nala, mentre gli altri rivelavano così la loro natura di puri fantasmi.

(Ernst H. Gombrich, Ombre)

Ombre/3

Ich mußte meine Scham, meine Angst, meine Verzweiflung… verbergen

Scoprire di non produrre ombra sul terreno dev’essere una tra le cose più terribili per l’uomo.

Una esposizione della propria nudità e vulnerabilità al demone meridiano dell’ora zenitale, l’evidenza di non essere più sé stessi, ma uno, nessuno e centomila estranei a sé.

Anche Peter Schlemihl scrive al suo giudice, l’autore stesso.
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Ombre/2

Vorrei tanto che un uomo, un uomo solo, mi capisse. E desidererei che quell’uomo fosse lei“.

Peter Pan e Charles Alavoine non si conoscono, ma hanno qualcosa in comune.
Non sono mai cresciuti abbastanza da accettare l’idea che una volta nati si debba vivere.
Agiscono sempre sorvegliati – dallo sfondo – da una figura di madre (amata, odiata, rimpianta) di cui non sanno liberarsi.
Cercano disperatamente la loro ombra.

Perché anche Charles Alavoine è un uomo senza ombra.

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Ombre/1

Nel corso di una delle sue visite notturne a casa della famiglia Darling, l’ombra di Peter Pan resta impigliata e penzolante da un davanzale. Nana, il cane-babysitter, se ne appropria e Wendy la ripiega conservandola con cura in un cassetto. Peter promette che tornerà a riprendersela: nessuno – che lui sappia – va in giro senza la propria ombra.

Alla prima occasione ci prova, ma l’ombra gli sfugge, non ne vuol sapere, si prende gioco di lui, come vivesse di vita propria. Per il gran baccano dei suoi infruttuosi tentativi, Wendy si sveglia; sarà lei a cucire addosso al suo legittimo proprietario la sagoma scura riluttante e ribelle, proprio mentre gli racconta che quella sarebbe stata l’ultima notte concessale per essere bambina.

Peter Pan, il ragazzino che non vuole crescere, forse non vuole nascere.

Ombra. Senz’ombra.

[...] Peter Pan è colui che non vuole nascere. Colui che non accetta di crescere, che vuol rimanere a giocare con le fate di Kensington Park. È colui che, ogni notte, spia il dolore della madre che attende il suo ritorno e che lascia sempre la finestra aperta poiché spera di vederlo tornare, a consolarla, passando di lì. Lo spionaggio notturno di Peter Pan per verificare, attraverso l’espressione del dolore e dell’attesa di sua madre, il valore che egli ha, e quanto egli sia desiderato, aspettato, amato, si conclude il giorno nel quale, Peter, tornando di notte a «riguardare sua madre», trova la finestra chiusa. [...]