Osservare il mare, le sue scaglie di luce e le gradazioni del suo verde e del suo blu, dall’ombra di un cespuglio, dove la macchia di lentisco e di mirto è più folta ma già cede alla sabbia delle dune: di qua il profumo di terra aspra e pietrosa, di là il suono dello sconfinato, il rumore della lontananza. Lu rusciu ti lu mare, il suono del mare, è voce che poi ti accompagna. Anche nell’atonia, o nel deserto del sentire.
Come ogni viaggio e ogni scrittura tutto ha inizio nel luogo natìo. Dall’Epilogo, in questo caso, da una città di palme, palazzi barocchi, balconi panciuti in ferro battuto e pietra gialla, da un “paese di luce” in cui un ragazzo legge all’ombra di un albero e di un muro di pietra viva “nella campagna assordata di cicale”. E da quell’ombra “si scorge il mondo”.


So con precisione quando sono morta. Erano le tre e venti del quattordici gennaio millenovecentocinquanta, un luminoso pomeriggio di sole, inconsueto per quella stagione, sferzato da un vento che faceva galoppare le nuvole bianche nel cielo azzurro sopra di me e più in là ammantava il mare d’Irlanda di onde ancor più alte e spumose del solito.

“
“Vorrei tanto che un uomo, un uomo solo, mi capisse. E desidererei che quell’uomo fosse lei“.
Nel corso di una delle sue visite notturne a casa della famiglia Darling, l’