Elogio dell’isola
“Da piccoli abbiamo tutti vissuto su un’isola. Ogni caccia al tesoro presuppone un’isola con campi, muretti a secco e viottoli su cui saltellare. Tutte le volte che qualcuno si acceca mentre gli altri amici corrono a nascondersi, dietro a tronchi o aratri o in fessure tra due muri, si sperimenta la vita delle isole. Ogni bruciatura e bernoccolo avviene sempre su un’isola, tutte le volte che si guarda il cielo in attesa che arrivi qualcosa a portare novità, si tengono i piedi su un’isola.
Henry James lesse L’isola del tesoro di Stevenson e nel saggio L’arte del romanzo commentò: «Pur essendo stato anch’io bambino, non sono mai andato alla ricerca di tesori seppelliti». Stevenson gli rispose dalle pagine del saggio Un’umile rimostranza: «Se James non ha mai cercato tesori nascosti, si può dimostrare che non è mai stato bambino»”.
L’isola sconosciuta
You are innocent when you dream.
C’è un tempo in cui credi che il sogno dell’isola riguardi un approdo, e un altro in cui scopri che è invece partenza. Giorni di attesa paziente all’uscio delle petizioni e poi quello in cui varcare la soglia delle decisioni (porta «usata di rado, ma quando viene usata lo è per davvero»).
Le mappe sono inutili, il destino ti segue come un’ombra tanto vicino da poter allungare la sua mano sulla tua spalla e a navigare serve solo una barca che abbia familiarità con gli oceani e le isole sconosciute.
Tutta un’altra storia
- Raccontami una storia, Pew.
- Che storia, piccola?
- Una a lieto fine.
- Non ne troverai una in tutto il mondo.
- Nessun lieto fine, dunque?
- Nessuna fine.
Silver rimase orfana che era ancora una bambina. Aveva un nome di metallo lucente e di pirata nell’anima, un cane, e radici affondate in quel mare da cui un giorno era giunto e ripartito suo padre. Abitava con sua madre confinata in una casa in pendenza, sospesa sul vuoto, fino al giorno in cui lei precipitò. Da quel momento non ebbe più neppure una storia e – per lungo tempo – solo una quantità infinita di inizi.
Disincontri
Tra le isole fantastiche dell’Isolario di Ernesto Franco vi è l’isola delle biblioteche, dove la caccia alle farfalle multicolori è proibita ed è stata decisa la riduzione di ogni libro a un’unica copia. Qui il ragno bibliotecario è solito tessere la sua tela tra un libro «e tutti gli altri cui, per citazioni o sottintesi, esso rimanda». Accade, in seguito, che nella storia di Pepe Usodimare l’ultimo atto sia un ordine superiore impartito dal registro navale della «città ricurva» – una Genova [in]nominata alla Calvino già in Vite senza fine – tramite una donna dai modi spicci e disincantati, ex entomologa che ama le farfalle e perciò le uccide, essendo «la massima esperta della loro instabile psicologia». Accade anche che in una delle tante folgorazioni di irrealtà il sussurrare in portoghese os piratas risvegli irrimediabili connessioni con Long John Silver, e che il clandestino di turno – in tono con l’ultimo viaggio – custodisca gelosamente una copia di Moby Dick spacciandola per una Bibbia bugiarda, in cui si racconta di una balena bianca che è sempre la stessa dalla notte dei tempi, e sopravvive ad ogni viaggio ed ogni addio, indifferente ai destini che gli uomini sono costretti ad accettare.
Dopo

«Il viaggio è andare da qualche parte e rientrare diversi, ma questo è possibile solo se si incontrano altre persone. Anche la scrittura, a suo modo, è un viaggio, un’avventura. La scrittura per lo scrittore e la lettura per il lettore devono essere un’avventura, devono lasciare delle tracce: dopo la scrittura e dopo la lettura non si deve essere la stessa persona di prima».
Mal di mare
Si esce col fiato corto da questo libro, storditi dalla sostanza visionaria delle parole che scrivono del nostro tempo e dei suoi fantasmi. È la storia di una fuga, di una donna e della sua bambina in direzione dell’Oceano, senza andare in nessun luogo, senza una ragione comprensibile. Semplicemente fuggire, agli antipodi del cercare e dell’approdare. Inspiegabile a chi resta, occasione – per chi fugge – di rimettere in discussione le proprie ragioni d’essere, di esistere, di entrare in relazione con il resto fuori da sé.
Avendo davanti il mare.
Sono pagine che scrivono la sua [onni]presenza assoluta, primordiale, qualcosa che inizia e finisce dappertutto facendosi spazio negli occhi di chi lo osserva e riducendo il resto a pura assenza, tanto che il paesaggio, la spiaggia, la moltitudine brulicante di uomini e donne e la stessa sostanza del tempo restano confinati ai suoi margini, sull’orlo dei suoi miraggi e del suo respirare – scanditi dall’avvicendarsi del giorno e della notte – come un’enorme bocca che fende e trasforma lo spazio, corpo vivo mille volte franto sulla battigia che tutto aspira, trattiene e restituisce. Sì, il mare è un corpo vivo di risacche e pulsazioni tra le parole, i gesti, le attese, unisce e separa l’alternanza spaesante dei punti di vista dei protagonisti sulla scena, evoca in noi un senso che ora è di attrazione ipnotica verso di lui, ora di repulsione e sgomento.
Voci del mare
Nella prima intervista concessa a Vincenzo Mollica, Hugo Pratt raccontava che la mappa che più lo aveva entusiasmato da bambino era quella dell’Isola del tesoro, perché portava con sé – al di là del sogno del viaggio – quello della fantasia e dell’immaginazione. Con tutto il suo modo giocoso di guardare le carte geografiche, catturato dalle zone bianche, quelle in cui non ci sono nomi. Un modo che ha solleticato la sua curiosità spingendolo in più occasioni ad andare a vedere, spesso a conoscere direttamente posti che ancora – per la geografia delle mappe – sono spazi bianchi. Che lui, gigante della «letteratura disegnata», ha potuto raccontare portandoli nella geografia di Corto Maltese insieme all’eredità di tutta una tradizione dell’andar per mare che fa capo alla letteratura di viaggio.
Il sogno dell’isola
Itaca. Con lei il sogno dell’isola parte da lontano e attraversa la scrittura senza esaurire la primigenia energia. E la stagione in corso è propizia per raggranellare tesori, nomi lontani come Pitcairn (e la sua avventura maledetta), Celebes (per perdere la ragione), Tahiti (struggente), Nukuhera, Cuba o l’indimenticabile Isla de la Juventud.
O per non allontanarsi troppo e tornare alle proprie radici ascoltando il respiro mediterraneo degli dèi: come non pensare ai racconti su Procida o Capri, o a protagoniste come Santorini (nella peggiore delle ipotesi Atlantide), Cefalonia, Creta, Corfù?
«Queste isole hanno visto passare prima gli dèi e poi gli uomini». Forse è per questo che alla Grecia e ai temi archetipici della sua tragedia si ritorna sempre. A Serifos, in questo caso, nei luoghi che videro crescere Perseo e uccidere Medusa, ma non poterono evitare il suo sguardo se è vero – come si tramanda – che nella roccia delle sue montagne si celano Polidextis, re dell’isola, e tutti i suoi uomini, pietrificati dalla visione della testa della Gorgone.
Il sogno dell’isola prevede un margine d’incanto. A lei si ritorna per far parte di qualcosa che non è il tempo.
Massimiliano Palmese
L’amante proibita
Newton Compton Editori, Roma 2006

«La prima sensazione che ci trasmette è la paura. L’acqua, per ogni essere di terra, è l’elemento non respirabile, l’elemento dell’asfissia [...] Non stupiamoci se l’enorme massa d’acqua che siamo soliti definire mare, sconosciuta e tenebrosa nel suo spessore profondo, è sempre apparsa temibile all’immaginazione 




Leggere compromette la stupidità





RSS - Posts