Elogio dell’isola
“Da piccoli abbiamo tutti vissuto su un’isola. Ogni caccia al tesoro presuppone un’isola con campi, muretti a secco e viottoli su cui saltellare. Tutte le volte che qualcuno si acceca mentre gli altri amici corrono a nascondersi, dietro a tronchi o aratri o in fessure tra due muri, si sperimenta la vita delle isole. Ogni bruciatura e bernoccolo avviene sempre su un’isola, tutte le volte che si guarda il cielo in attesa che arrivi qualcosa a portare novità, si tengono i piedi su un’isola.
Henry James lesse L’isola del tesoro di Stevenson e nel saggio L’arte del romanzo commentò: «Pur essendo stato anch’io bambino, non sono mai andato alla ricerca di tesori seppelliti». Stevenson gli rispose dalle pagine del saggio Un’umile rimostranza: «Se James non ha mai cercato tesori nascosti, si può dimostrare che non è mai stato bambino»”.
How many roads
Guillaume Apollinaire, Ludovico Ariosto, Charles Baudelaire, Piero Bigongiari, Ives Bonnefoy, Josif Brodskij, George Gordon Byron, Dino Campana, Blaise Cendrars, Samuel Taylor Coleridge, Hart Crane, Gabriele D’Annunzio, Dante Alighieri, Emily Dickinson, Ugo Foscolo, André Frénaud, Johann Wolfgang Goethe, Jorge Guillén, Victor Hugo, Juan Ramon Jiménez, John Keats, Rudyard Kipling, Mario Luzi, Christopher Marlowe, Herman Melville, Pablo Neruda, Gérard de Nerval, Omero, Orazio, Ovidio, Giovanni Pascoli, Octavio Paz, Edgar Allan Poe, Aleksandr Puškin, Percy Bysshe Shelley, Robert Louis Stevenson, Rabindranath Tagore, Torquato Tasso, Charles Tomlinson, Giuseppe Ungaretti, Derek Walcott, Walt Whitman, Carmen Yáñez, William Butler Yeats.
Confesso: ognuno degli autori e dei passi raccolti – comprensivi di testo originale a fronte – mi era già noto, in alcuni casi familiare. Ma non ho saputo resistere al modo in cui le innumerevoli strade del viaggio sono state riunite in questo volume, disegnando non una mappa qualunque bensì nodi, intrecci e [s]confini al di sopra di ogni cronologia e di ogni rotta.
Un’età ferita
– Non c’è stato molt’altro nella vita.
– No, è quasi tutto laggiù.
Non solo liste di oggetti cari o enumerazioni nostalgiche. Il ricordo dell’infanzia restituisce a volte anche un certo modo – irripetibile – di avvicinare la realtà. Cosa accade al lettore in erba, capace di scegliere dalla biblioteca di casa – per sfinimento e dopo mille esitazioni – il libro da divorare «con gaudio immediato e invereconda immersione»? Cosa accade se a lettura conclusa, «proprio nel momento indifeso che succede all’illusione fantastica, quando da quel lusso siamo restituiti alla necessità della nostra vita e abbandonata una pienezza di significati non ne abbiamo ancora recuperata un’altra», ci viene offerto in dono proprio quel libro appena riposto sullo scaffale?
Compagni segreti
Viaggiare vuol dire strofinare il cervello contro quello degli altri.
«Che cosa straordinaria possono essere i libri. Ti fanno vedere posti in cui agli uomini succedono cose meravigliose».
«Così càpita che nella vita incroci un libro, magari quello da cui meno ti aspetti qualcosa, e càpita che cambia tutto, e cambi tu. Questo è il bello».
Viaggiano con noi, innescano il desiderio di partire, sfiorano paesaggi che abbiamo abitato nell’infanzia e che hanno poi messo radici dentro provocando inattesi cortocircuiti, ci smarriscono in uno scenario lontanissimo nonostante la poltrona di casa a cui ci aggrappiamo con tutte le nostre forze, accorciano la distanza tra la stazione di partenza e quella d’arrivo. E quando li chiudiamo, quando ci inducono al ritorno, scopriamo che la risposta cercata – quella per la quale hai intrapreso il viaggio – era già lì, nel punto dal quale abbiamo preso le mosse.
Chi cerca [e non] trova
La vraie vie est absente
«Rimbaud partì per tre precise ragioni. Primo, per scappare da Verlaine che oramai era diventato ossessivo. Secondo, per non esser più chiamato “veggente”. Terzo, per smetterla di scrivere: e ci riuscì così bene che a furia di dimenticare la grammatica e la sintassi gli restò solo la lingua francese.
Sulla nave per l’Africa programmò sinteticamente il suo futuro: avrebbe fatto quel che non aveva mai fatto prima d’allora: innanzitutto scopare una donna, e poi provare un vero dolore fisico, di quelli atroci, invece dei soliti sorpassati languori senza costrutto.
E bisogna dire che mantenne l’impegno: s’innamorò di una negra grande come un ospedale che gli fece rimpiangere Verlaine, e, quanto ad ammalarsi, gli capitò una volta sola, ma definitiva.
La risposta che manca
A margine della bella iniziativa di «Repubblica» intorno a questo libro, mi piace ricordare come – al di là del costante successo editoriale che frutta ad Adelphi ben 13.000 copie l’anno vendute per ogni titolo – Chatwin ci abbia provato. Con il fuoco. A bruciare le sue carte, i taccuini, gli schedari, la corrispondenza.
Tutto ciò che riuscì a scampare al rogo del 1986 venne raccolto dalla moglie Elisabeth e riempì ben quarantuno scatole. Documenti e manoscritti, tra cui ottantacinque mitici taccuini dalla copertina nera fermata dall’elastico con i resoconti di viaggio stesi tra 1962 e 1988, che vennero poi depositati nella Bodleian Library di Oxford e non saranno resi pubblici prima del 2010.
Non a tutti la Patagonia (né alcun altro luogo, a cominciare dalla propria stanza) fa bene, e produce le stesse emozioni o riecheggia delle stesse voci sotto i passi. Non a tutti racconterà dell’illusione che lì la terra – davvero – finisca. Chatwin, insieme al suo mito complesso, inappagato e distante, non viaggiava. Cercava. Dava una forma all’irrequietezza che a molti esseri umani fluisce nel sangue. E rimanda ad un altro personaggio assai caro a chi nel suo codice genetico abbia subito l’influsso del “fattore Ulisse”.
Luoghi dell’anima
Una delle tappe del mio viaggio vacanziero è stata l’alta Valmarecchia, terra poetica per caso e per amore da attraversare con aria assolutamente svagata e braccia ciondoloni decidendo di volta in volta che direzione prendere al bivio, da conoscere intrufolandosi mai sazi nei sapori e nei profumi, nelle storie raccontate dal greto assetato del suo fiume, nelle parole in loco, lì dove esse sono cresciute un tempo o dove ancora scorrono mescolandosi al caffè del mattino, alle litanie bisbigliate nel primo banco, ai saluti a bordo strada. Un po’ come una caccia alle farfalle, con lo stesso cuore: nelle mie intenzioni c’era l’auspicio che i bambini fossero incantati dal mondo di Tonino Guerra e – chissà – riuscissero a vedere le cose con gli occhi del poeta.
Città, occhi, sogni
Dopo aver marciato sette giorni attraverso boscaglie, chi va a Bauci non riesce a vederla ed è arrivato. I sottili trampoli che s’alzano dal suolo a gran distanza l’uno dall’altro e si perdono sopra le nubi sostengono la città. Ci si sale con scalette. A terra gli abitanti si mostrano di rado: hanno già tutto l’occorrente lassù e preferiscono non scendere. Nulla della città tocca il suolo tranne quelle lunghe gambe da fenicottero a cui si appoggia e, nelle giornate luminose, un’ombra traforata e angolosa che si disegna sul fogliame.
Tre ipotesi si dànno sugli abitanti di Bauci: che odino la Terra; che la rispettino al punto d’evitare ogni contatto; che la amino com’era prima di loro e con cannocchiali e telescopi puntati in giù non si stanchino di passarla in rassegna, foglia a foglia, sasso a sasso, formica per formica, contemplando affascinati la propria assenza.
Se il senso e la luminosità di un libro “simmetrico” vanno cercati nelle sue pagine centrali (ecco allora Bauci, immagine emblematica dell’assenza e dell’invisibilità), allora è possibile che vi siano libri dotati di molti sensi.
Libri in cui il centro è ovunque, e dappertutto – tra le pagine – si succedono incipit e conclusioni non meno validi di quelli che precedono e seguono. Libri la cui geometria azzera ogni pratica di acquisizione lineare per coincidere finalmente con i meccanismi reticolari della nostra mente e gli itinerari del pensiero. Sono libri che non hanno casa, sempre fuori posto perché sempre riaperti senza necessariamente dover ricominciare dalla prima pagina, lontani dall’angoscia e prossimi alla fantasia di chi legge.
Cieli capovolti
“Quando due si lasciano, non parte chi se ne va: parte chi resta. Chi se ne va, era partito già molto tempo prima.
All’apparenza è lei a prendere la nave, lei a muoversi: ma è un falso movimento, il suo; è come se fossi io a camminare all’indietro, senza accorgermene. Per lei non c’è partenza, è ferma nel suo nuovo amore – non cambia stato la sua anima, quieto, alla fonda, il desiderio.
È chi resta, invece, il solo a partire, cambiare condizione, forma del vivere, giornate, veglie, sussulti. È chi resta a non ritrovarsi più in quel posto, in quella geografia conosciuta di carezze e pensieri, e deve spezzare, andarsene, cambiare nome all’amore che non riconosce. È di chi resta l’unica partenza“.
La chiave di tutto
Nel 1787 Goethe percorse la Sicilia in un lungo tour, sulle tracce della civiltà classica, dalla quale restò letteralmente affascinato.
L’itinerario isolano, che avrebbe occupato un posto centrale nel suo Viaggio in Italia dato alle stampe nel 1816, è scandito dal continuo inneggiare alla bellezza del suo paesaggio, alla sua centralità geografica nel Mediterraneo, alla sua storia e alla sua antica cultura testimoniate dalla profusione di vestigia ovunque sul territorio.
Si ha la netta impressione, scorrendo anche superficialmente quelle pagine, che il poeta cerchi in Sicilia qualcosa che gli manca in patria: i frammenti e l’impronta di quella civiltà che pulsa come fuoco vivo nelle sue vene e che medita di rendere eterna attraverso l’opera letteraria, tanto sente irresistibile l’attrazione subìta.
“Quando due si lasciano, non parte chi se ne va: parte chi resta. Chi se ne va, era partito già molto tempo prima.




Leggere compromette la stupidità





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