Altri viaggi

Sembrano memorie sparse, brevi appunti presi in cammino, inadeguati a un resoconto, insufficienti per una guida, troppo disaggregati per un libro. Ma in quei viaggi Tabucchi – come tutti quelli che da piccoli hanno inaugurato l’infinito partire salpando alla volta dell’Isola del tesoro – traccia altre mappe (un planisfero speciale, alla fine del volume) fugando ogni dubbio sul fatto che si possa viaggiare semplicemente per scriverne e sgranando una ad una le innumerevoli sorprese di un mondo ben lontano dal risolversi tutto nel “villaggio globale”. Se solo pensassimo che non ci sia più cosa alcuna di cui meravigliarsi basterebbe sfogliare un atlante di quando eravamo bambini: perché la geografia è mutevole, i confini si spostano, le coste e i ghiacciai modificano il loro profilo, i fiumi la loro portata e il loro corso… E anche noi cambiamo: nel “leggere” un luogo, nell’accoglierlo o respingerlo, nel riconoscervi – o meno – una parte di noi smarrita o ignota. Fino a rimpiangere i viaggi mai fatti – e mai scritti, se non in un segreto alfabeto custodito dai sogni.

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Nostoi

Passeggiai per il quartiere di Beyazit, al mercato dei polli, nella piazza deserta del mercato degli schiavi, in mezzo ai piacevoli profumi delle botteghe che vendevano zuppe e dolci come se fossi in cerca di qualcosa. Passai davanti ai barbieri con le porte chiuse, agli stiratori, a un anziano fornaio che mi guardò meravigliato mentre contava i soldi, una drogheria che odorava di sottaceti e pesce salato ed entrai in un negozio di spezie dove stavano pesando qualcosa solo perché rimasi attratto dai colori e, come se osservassi la gente con passione, alla luce di un lume guardai ammirato i sacchi di caffè, zenzero e cannella, le scatole di resina di tutti i colori, i mucchi di anice, di cumino bianco e nero, e di zafferano di cui avevo sentito il profumo già dal bancone. A volte vorrei mettere tutto questo in bocca, altre volte disegnare qualsiasi cosa su un foglio bianco.

Guardo i due cezve in rame di mia madre con altri occhi. Da quando hanno cominciato ad avere l’odore del mio viaggio non sono più, semplicemente, i pentolini che fin da bambina ricordo allineati sulla cappa della cucina. Più degli echi e dei vuoti intrecciati nei tappeti e sui muri delle moschee, più degli umori indossati insieme ai piedi scalzi e al richiamo ipnotico nell’ora che volge alla preghiera, più del tè, dei lokum e degli halva – nonostante il sesamo, i pistacchi, l’acqua di rose – mi resterà il retrogusto di caffè, il tempo necessario a decantare, l’invasione della materia densa e della polvere nella lentezza dei sorsi.

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A mari usque ad mare/6

Forse il mio senso della realtà non è molto sviluppato, forse mi manca il sicuro e tranquillizzante istinto per i fatti tangibili della nostra esistenza terrena, non sono sempre in grado di distinguere i ricordi dai sogni e spesso scambio i sogni, che tornano a ripresentarsi in colori, odori, associazioni improvvise, con l’inquietante e familiare certezza di un passato dal quale il tempo e lo spazio mi dividono come e non più di un leggero sonno, nelle prime ore del mattino. “La nostra vita assomiglia a un viaggio…” e così il viaggio mi sembra, più che un’avventura e un’escursione in luoghi insoliti, un’immagine concentrata della nostra esistenza.

(Annemarie Schwarzenbach, La via per Kabul)

A mari usque ad mare/5

Me ne andavo l’altra sera, quasi inconsciamente,
giù al porto a Bosphoreion là dove si perde
la terra dentro al mare fino quasi al niente
e poi ritorna terra e non è più occidente:
che importa a questo mare essere azzurro o verde?

[...]

Bisanzio è forse solo un simbolo insondabile,
segreto e ambiguo come questa vita,
Bisanzio è un mito che non mi è consueto,
Bisanzio è un sogno che si fa incompleto,
Bisanzio forse non è mai esistita
e ancora ignoro e un’altra notte è andata.

(Francesco Guccini, Bisanzio)

A mari usque ad mare/4

Un gran piacere per me e per il mio amico era la profonda certezza che la nostra immensa aspettazione non sarebbe stata delusa. Su Costantinopoli infatti non ci son dubbi; anche il viaggiatore più diffidente ci va sicuro del fatto suo; nessuno ci ha mai provato un disinganno. E non c’entra il fascino delle grandi memorie e la consuetudine dell’ammirazione. È una bellezza universale e sovrana, dinanzi alla quale il poeta e l’archeologo, l’ambasciatore e il negoziante, la principessa e il marinaio, il figlio del settentrione e il figlio del mezzogiorno, tutti hanno messo un grido di maraviglia. È il più bel luogo della terra a giudizio di tutta la terra. Gli scrittori di viaggi, arrivati là, perdono il capo. Il Perthusier balbetta, il Tournefort dice che la lingua umana è impotente, il Pouqueville crede d’esser rapito in un altro mondo, il La Croix è innebriato, il visconte di Marcellus rimane estatico, il Lamartine ringrazia Iddio, il Gautier dubita della realtà di quello che vede; e tutti accumulano immagini sopra immagini, fanno scintillare lo stile e si tormentano invano per trovare un’espressione che non riesca miseramente al disotto del proprio pensiero.

A mari usque ad mare/3

Perché la prima pagina del mio libro m’esca viva e calda dall’anima, debbo cominciare dall’ultima notte del viaggio, in mezzo al mare di Marmara, nel punto che il capitano del bastimento s’avvicinò a me e al mio amico Yunk, e mettendoci le mani sulle spalle, disse col suo schietto accento palermitano: – Signori! Domattina all’alba vedremo i primi minareti di Stambul.
Ah! ella sorride, mio buon lettore, pieno di quattrini e di noia; ella che, anni sono, quando le saltò il ticchio d’andare a Costantinopoli, in ventiquattr’ore rifornì la borsa e fece le valigie, e partì tranquillamente come per una gita in campagna, incerto fino all’ultimo momento se non fosse meglio prendere invece la via di Baden-Baden! Se il capitano del bastimento ha detto anche a lei: – Domani mattina vedremo Stambul – lei avrà risposto flemmaticamente: – Ne ho piacere. – Ma bisogna aver covato quel desiderio per dieci anni, aver passato molte sere d’inverno guardando melanconicamente la carta d’Oriente, essersi rinfocolata l’immaginazione colla lettura di cento volumi, aver girato mezza l’Europa soltanto per consolarsi di non poter vedere quell’altra mezza, essere stati inchiodati un anno a tavolino con quell’unico scopo, aver fatto mille piccoli sacrifizi, e conti su conti, e castelli su castelli, e battagliole in casa; bisogna infine aver passato nove notti insonni sul mare, con quell’immagine immensa e luminosa davanti agli occhi, felici tanto da provar quasi un sentimento di rimorso pensando alle persone care che si sono lasciate a casa; e allora si capisce che cosa voglion dire quelle parole: – Domani all’alba vedremo i primi minareti di Stambul; – e invece di rispondere flemmaticamente: – ne ho piacere – si picchia un pugno formidabile sul parapetto del bastimento.

A mari usque ad mare/2

Antico! Così lo chiama Montale. Il Mediterraneo è antico e tragico. Ha la cupa gioia della tragedia, una gioia che viene dalla luce, una tragedia che viene dalla lucidità. Fini lampi consumano le sue schiume. Se ne distacca un azzurro freddo che batte sulle sue rive, penetra nei suoi golfi. [...] Sul Mediterraneo erra una luce strana, più cosmica a oriente – si entra di colpo nella tragedia –, più misterica, più prossima al lampo creaturale a occidente [...].
Sul Mediterraneo, l’orizzonte ha spesso rifrazioni paurose. Azzurra distesa in cui l’Europa sconfina, si marginalizza, pur restandone il suo cuore antico [...] questo azzurro che scolpisce le cose che tocca e le corrode, che ha sovrastato un mondo di pastori, di pescatori, di ulivicoltori, è pieno di ombre segrete sempre più fonde per eccesso di storia e di luce.

(Francesco Biamonti, da Mediterraneo antico e tragico e Finestra sul mare, ora >>qui)

A mari usque ad mare

Sono, finalmente, «lontana».
Da che cosa esattamente non lo so, ma mi pare che non abbia importanza. Dalla terraferma. Dalla città. Dalla realtà.
Non lo so. Mi sento lontana e basta.
La lontananza si porta dietro una percezione imprevista: il senso di un antico privilegio.
È come se mi fossi messa in condizione di godere d’un piacere obsoleto.
È la lontananza, la chiave di questa ottusa felicità.

Sì, viaggiare

Si vorrebbe sempre essere: essere stati, mai. E ci ripugna di non poter vivere contemporaneamente in due luoghi, quando e l’uno e l’altro vivono nel nostro pensiero, anzi nel nostro sistema nervoso: nel nostro corpo.

Un luogo amato e lontano è come una salma che dipenda da noi resuscitare, e che chiede continuamente di essere resuscitata: tormenta, distrae, divide la nostra vita; ed assale talvolta in pieno giorno, nell’attenzione delle opere, col suo fresco, reclamante fantasma. [...]

Un luogo lontano, a giorni, lo sentiamo come il monco sente l’arto amputato. Con questo di peggio: che non è illusione inutile; ma distanza colmabile, fascino immediato. Possiamo infatti metterci in viaggio. Ma mentre la meta si avvicina e diventa reale, il luogo di partenza si allontana e sostituisce la meta nell’irrealtà dei ricordi; guadagniamo una, e perdiamo l’altro. La lontananza è in noi, vera condizione umana.

(Mario Soldati, America primo amore)

Pa[e/s]saggi

Si può dunque viaggiare non per sfuggire a se stessi, cosa impossibile, ma per ritrovarsi. Il viaggio si fa allora un mezzo, simile agli esercizi corporali per i Gesuiti, all’oppio per i buddisti e all’alcool per i pittori. Una volta che ce ne siamo serviti e che abbiamo raggiunto lo scopo, spingiamo col piede la scala che ci è servita a salire. [...] e questo «riconoscimento» non è sempre alla fine del viaggio: in verità, quando avviene, il viaggio è finito. È quindi senz’altro vero che nelle immense solitudini che un uomo deve attraversare dalla nascita alla morte, esiste qualche luogo, un istante privilegiato in cui la vista di un paese agisce su di noi [...] e quando dinanzi a una città sconosciuta si resta attoniti come davanti a un amico dimenticato, è l’immagine più autentica di se stessi che si contempla.

[...] Quel che avrebbe dovuto colmarci scava in noi un vuoto infinito. I luoghi più belli, le più belle rive sono disseminate di cimiteri che non sono là per caso; vi si legge il nome di coloro che sono stati presi dal panico dinanzi a tanta luce proiettata dentro se stessi.

(Jean Grenier, Isole)

Chi fatica aspramente fra una terra ingrata e un cielo cupo, può sognare un’altra terra in cui il cielo e il pane saranno leggeri. Spera. Ma quelli che la luce e le colline colmano a ogni ora del giorno, non hanno più nulla in cui sperare. Possono soltanto sognare un altrove immaginario. Gli uomini del Nord così fuggono verso le rive del Mediterraneo, o nei deserti della luce. Ma gli uomini della luce, dove potrebbero fuggire [...] ?
(Albert Camus, dalla Prefazione)