Squilibri

Leggo per legittima difesa. E per trovare domande

Le parole dell’inquietudine

Al solo nominare Pessoa dalla mia libreria cresce il brusio consacrato da uno scrosciante applauso… Prudono le pagine dei miei appunti e scalpita anche un mio vecchio post perduto altrove in cui buttavo giù brevi riflessioni parallele tra il mondo dei bloggers e quello di uno dei suoi famosi alter ego.

Pessoa è forse il più importante tra quegli autori che mi hanno insegnato a “giocare” (seriamente) con le parole, a plasmare il mezzo espressivo con una tensione, non sempre dichiarata, verso ciò che è al di là di quello che voglio dire.

Da lui e dai suoi famosi “conoscenti inesistenti” ho appreso a scrivere in più lingue e in più stili, a firmare con pseudonimi diversi e a costruirmi un universo poetico popolato da alter ego vari e sparsi e più saggi di me.

Ripesco le riflessioni di allora, rifletto ancora su questo universo reticolare popolato da nicknames assortiti (tutti personaggi di finzione delegati all’uso della finzione “letteraria” di un blog più o meno personale) ed ecco che arrivo a Bernardo Soares, uno degli eteronimi più noti.

Soares, che Tabucchi definisce “uomo inquieto e insonne”, non esiste, ma ha il compito di scrivere un diario chiamato Il Libro del’inquietudine, di comporre attraverso frammenti, appunti e brandelli di autobiografia un universo complesso e composito che sia scheggia e indizio della “verità” autobiografica di colui che l’ha “inventato”.

Soares non aveva Internet, né un blog (altrimenti l’avrebbe usato), ma quanto gli assomigliano le ragioni che portano i bloggers (spesso inquieti e insonni almeno quanto lui) a scegliere un certo nickname (mai casuale) per firmare il proprio sito personale, e come somiglia al Libro ogni blog-diario-blocnotes con quella sua inconfondibile caratteristica di opera aperta, di work in progress senza soluzione!

E come nel suo caso, quanti blog (quelli personali, intendo, non quelli d’informazione) sono finestre alle quali l’occupante della stanza sta, a “spiare” la vita propria e altrui, quella “inventata” e interiore e quella esterna e reale; e quelle finestre si aprono in entrambi i sensi, sull’una e sull’altra, all’interno come all’esterno, senza che nessuna delle due “realtà” sia veramente familiare a chi occupa la “stanza”.

Anzi, come tanti benvenuti “delirii” mostrano, anche il “dentro” è un luogo estraneo e ignoto, anche e soprattutto. Nel frattempo, su questi due orizzonti che si incrociano ogni volta che le imposte vengono aperte o chiuse in un senso o nell’altro, il nickname delegato scrive minuziosamente il suo diario, non necessariamente un resoconto cronologico di fatti e avvenimenti, quanto piuttosto un Libro molto simile a quello di Bernardo: riflessioni, appunti, impressioni, meditazioni, vaneggiamenti e slanci lirici.

E la virtualità del foglio non basta a dissimulare la “verità” autobiografica, che è lì, appena dietro le righe o racchiusa in una parola.
Il nick tradisce le intenzioni della finzione: te ne accorgi perché la carta – seppur virtuale – si raggrinzisce e brucia.

[Chi di noi può dire, voltandosi indietro sulla strada che non ha ritorno, che l’ha seguita come doveva?]

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3 commenti su “Le parole dell’inquietudine

  1. fades
    7 ottobre 2004

    Rinvio il post alla fine del libro(come avevo anticipato sta diventando uno spartito musicale da quanto è sottolineato :-P)

  2. StormyCaptain
    7 ottobre 2004

    Bellissima considerazione! 🙂

  3. simple
    7 ottobre 2004

    Soares non avrebbe desiderato un’analisi migliore. 🙂

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Questa voce è stata pubblicata il 7 ottobre 2004 da in Fernando Pessoa con tag , .

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