Squilibri

Leggo per legittima difesa. E per trovare domande

Prendimi l’anima

Atto primo: nel 1949 esce 1984 di George Orwell, sorta di profezia fantascientifica in cui si annunciano occhi globali a controllare ogni residua libertà del genere umano attraverso un’immagine avveniristica, tanto terrificante quanto plausibile, della società mondiale.

L’anno in questione, il 1984 appunto, divora allegramente l’edizione italiana diffusa dagli Oscar Mondadori (ricordo bene di aver per sempre perduto allora la mia copia personale piena di appunti: l’ultimo libro che io abbia prestato!) come fosse fantascienza: un Grande Fratello che voglia avere per sé l’anima e il cuore di ogni suddito prima di metterlo a morte non esiste, i Grandi Fratelli mediatici sono al di là da venire, e gli spettri del totalitarismo altrettanto lontani nello spazio e nel tempo.

Oggi, anno del Signore 2004, il tutto è purtroppo di sconvolgente attualità.

Atto secondo: nel 1971 esce Vizio di forma di Primo Levi, antologia di racconti inusuali per lo scrittore dei lager che, per aver mosso una critica tra l’ironia e l’assurdo alla società contemporanea, non viene preso sul serio né dai suoi ammiratori abituali, né – tanto meno – da quelli del genere fantascientifico.

Atto terzo: un amico tira fuori dai suoi appunti una riflessione di qualche anno fa, e me la propone. Sono ormai i tempi di No logo e del branding più sfacciato, tempi in cui tutto è sponsorizzato, marcato, reclamizzato nel modo più aberrante (perché arriva a coinvolgere interamente la nostra esistenza).

Ed ecco che Primo Levi ritorna in questo breve scritto che vi riporto, con la più profetica delle sue storie brevi di science fiction (In fronte scritto), metafora di rara ironia sulla globalizzazione delle nostre teste, in cui si immagina un mondo talmente subordinato alle logiche del mercato da aver creato una vera e propria carenza di spazi pubblicitari. Non esistono più luoghi dove le aziende possano comunicare con efficacia i propri messaggi? Levi risolve il problema raccontando di come le agenzie pubblicitarie si ingegnino per affittare la fronte delle persone: ai protagonisti del racconto capita così di incontrare persone con “in fronte scritto” lo spot di una bevanda, di un dentifricio, di una località balneare.

Tutto ciò, in circostanze assolutamente casuali (un incontro di boxe), è tornato alla mente dell’amico di cui mi piace proporvi il breve appunto che segue, riflessioni altrettanto casualmente spuntate fuori dal cassetto dei suoi libri mai scritti, datate marzo 2001 ma attualissime e senza tempo.

————————————————————–

L’anima del commercio, la pubblicità, di spirituale ha ben poco, anzi.

Ben più che concreta, dal risveglio in poi, accompagna le nostre giornate con un costante stillicidio di messaggi. Consigli per gli acquisti, informazioni commerciali, spot e jingles vengono spalmati uniformemente su ogni momento ed ambito della nostra quotidianità, con tale pervicacia da muoverci quasi a tenerezza quando troviamo sotto il tergicristallo dell’auto un volantino pubblicitario, residuato del Giurassico propagandistico.

Pubblicità; rendere “pubblico”, esatto contrario di “privato”.

Ai guru dell’advertising piace conoscere tutto di noi, anche i dettagli più nascosti, per poter calibrare campagne sempre più mirate e penetranti. In questa lotta impari tra l’indifeso inconscio del consumatore ed i suadenti mezzi dei persuasori occulti, perdiamo sempre più terreno.

Le telefonate che costano meno se accettiamo brevi interruzioni pubblicitarie durante la conversazione; i banners sugli schermi dei nostri computer, mandati da qualcuno che di noi conosce la razza, il sesso, l’età, i gusti, le idee e magari anche i sogni. Perché annota diligentemente, tramite l’algida tecnologia, i siti internet che visitiamo per scegliere libri, vacanze, auto ed alcuni addirittura il partner.

Tutto questo l’abbiamo, più o meno volontariamente, ceduto al mercato. Ma l’ultima roccaforte dell’individuo è crollata silenziosamente alcune sere fa [il 17-3-2001 n.d.r.]. Un pugile di origini pugliesi, Vincenzo Cantatore, ha esibito sul ring, durante un incontro, la schiena arricchita da un messaggio commerciale.

Il corpo come veicolo pubblicitario.

Sono passati trent’anni, era il 1971, da quando Primo Levi ipotizzò questa forma di pubblicità in uno dei racconti di Vizio di forma. Slogan tatuati sulla fronte, frasi gemelle da esibire in coppia. Agghiacciante prospettiva ieri, diventata oggi nuova frontiera.

Aspettiamoci dunque che, la prossima estate, aitanti giovanotti e procaci fanciulle, epigoni del boxeur, esibiscano in spiaggia abbronzature e slogan; sorridenti bebè con in fronte le marche di pappe e pannolini.

Solo giovani però, niente anziani: le rughe dell’età rendono inadatta la pelle al tatuaggio pubblicitario; come nella migliore tradizione pubblicitaria: modelli e modelle tutti giovani, sorridenti e senza imperfezioni. Quasi irreali, proprio come questa storia.

Per la cronaca: Cantatore, il pugile, ha sconfitto Alain Simon alla quinta ripresa, con un KO tecnico. Ma con il malcapitato pugile francese è certamente finito al tappeto un altro pezzetto di dignità umana.

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6 commenti su “Prendimi l’anima

  1. arduous
    23 ottobre 2004

    Ritornerò lo so ritornerò
    e quando io sarò con te
    ritroverò le stesse cose che
    tu non volevi vedere intorno a te
    e scoprirò che nulla é cambiato
    che sono restato l’illuso di sempre.

    E riderò, quel giorno riderò
    ma non potrò lasciarti più
    Mi sento solo con la mia libertà
    ed é per questo che io ritornerò
    e scoprirò che nulla é cambiato
    che sono restato l’illuso di sempre.

    ghghgh storpiare una bella canzone solo per dire che questo è un bel blog…

    faccio proprio schifo lo so… ghgh

  2. BibliotecadeBabel
    23 ottobre 2004

    Non buttarti tanto giù! 🙂

  3. arduous
    26 ottobre 2004

    non mi butto giù, do alla vita un’altra possibilità, ma se non gira come dico io stavolta m’arrabbio sul serio eheh…

    ciao ciao libridinose

  4. utente anonimo
    28 ottobre 2004

    bellissimo questo blog, ma non chaiametmi primo levi lo scrittore dei lager perchè così non è….

    è una definizione estremamente riduttiva, perchè levi è uno scrittore della vita, conosciuto ai più per le opere legate alla depotarzione, ma a scritto pagine belòlssime sulla vita …

    cioa

    max

  5. BibliotecadeBabel
    28 ottobre 2004

    Caro Max, chiedo venia e concordo con te: scrivere scrittore dei lager è stato un peccato di estrema sintesi, che aveva la semplice intenzione di rimandare coloro che conoscono la sua vita e la sua opera alla profonda incidenza che l’esperienza delle aberrazioni vissute sulla propria pelle hanno avuto nella più complessa elaborazione della sua visione (e comunicazione) del senso della vita.Nessuna intenzione di ridurre tale complessità: come al solito, le parole sono traditrici quando devono esprimere concetti più grandi di loro.:-)

  6. utente anonimo
    1 novembre 2004

    🙂

    max

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Questa voce è stata pubblicata il 23 ottobre 2004 da in George Orwell, Primo Levi con tag , .

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