Squilibri

Leggo per legittima difesa. E per trovare domande

Attese

0A volte, scorrendo i titoli della mia libreria e ricordando fatti, trame, ricorrenze, impressioni e circostanze delle mie letture, mi chiedo se venga prima la vita o la sua metafora.

Sub specie di attesa e solitudine, ad esempio, risfogliando la mia copia consunta del Deserto dei Tartari e quella solo un po’ ingiallita di Un amore, i due romanzi di Dino Buzzati che più ho amato e che ho letto per la prima volta – rispettivamente – nelle estati del 1977 e del 1983.

Come dimenticarsi di Giovanni Drogo in cammino alla ricerca della sua fortezza, benché più d’uno lungo la strada si mostri meravigliato di ciò che va cercando e tenti di alludere a qualcosa che non c’è, un’illusione non più rintracciabile?

E lui che prosegue, certo delle sue ragioni, fino a trovarla, la fortezza Bastiani, perché trovarla è ciò che vuole, e vuole, anche quando gli viene detto che quella fortezza inutile non dà pensieri, giacché fronteggia un deserto.

Vuole quella solitudine immensa in cui il tempo non conta nulla, e quattro anni scorrono in ventun capitoli ed altri dieci solo in altri quattro.

In cui il cammino del tempo che non conta è scandito dal passo metodico di chi vigila su quel nulla, e l’abbraccio di quelle mura ha un senso indecifrabile anche per chi le ha scelte, e la vita affonda in quel nulla dimentico e in quella rinuncia consapevole ad ogni dolcezza del vivere.

Echi profondissimi ridestati in qualche recesso dell’anima bussano più volte al suo stupore incapace di comprenderne il linguaggio, ma sono solo insensate immagini di una vita lontana sopraffatte dalla tentazione di consumarsi in quel non-luogo e in quel non-senso.

Aspetta, Giovanni Drogo, a tratti scosso dalle ombre di un’immotivata speranza, perché il meglio è più avanti, non si vede, ma è assolutamente certo che la strada vi giunga, un giorno.

Mentre alle spalle le porte vanno serrandosi una dopo l’altra, lasciando quell’unica possibilità, sempre avanti, senza poter neanche verificare che il meglio – invece – è rimasto indietro, ormai perduto, con l’aggravante di esserci passato accanto senza avvedersene.

Aspetta, Giovanni Drogo, mentre il battito del tempo scandisce avidamente la vita e l’abitudine – a sua insaputa – l’irreparabile fuga del tempo.

Aspetta consapevolmente e inammissibilmente, al contrario di Antonio Dorigo, il protagonista di Un amore vero e struggente e smarritosi nella menzogna come in un labirinto, che ha atteso troppo, ma senza saperlo.

[… Fra poco dovrebbe levarsi la luna.

Farà in tempo, Drogo, a vederla o dovrà andarsene prima? (…) Facendosi forza, Giovanni si assesta con una mano il colletto dell’uniforme, dà ancora uno sguardo fuori dalla finestra, una brevissima occhiata, per l’ultima sua porzione di stelle. Poi nel buio, benché nessuno lo veda, sorride.]

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Un commento su “Attese

  1. Mariannadeilabirinti
    28 ottobre 2004

    Ho finito pochi giorni fa di rileggere Il deserto dei tartari (e Un amore riuniti in un unico tomo) e lo trovo sempre un libro intenso come la prima volta che l’ho letto. A quanti di noi capita di aspettare qualcosa per chissà quanto tempo fino a consumarci e poi di vedercela passare davanti, inafferrabile, proprio quando ormai non l’aspettiamo più. Un libro sul vero coraggio, quello di affrontare la prova estrema in cui ognuno è comunque solo. Il finale, che hai riportato, poi è poetico e intenso. Degna chiusura di un libro splendido.

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Questa voce è stata pubblicata il 27 ottobre 2004 da in Dino Buzzati con tag .

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