Squilibri

Leggo per legittima difesa. E per trovare domande

Le parole per dirlo

Cosa succede a svegliarsi, un giorno, e accorgersi di non poter dare un nome alle cose? Di non poter qualificare le proprie azioni, i propri sentimenti, gli oggetti e le persone care attraverso le parole? Un senso di profondo smarrimento, immagino, prenderebbe chiunque si trovasse nella suddetta condizione smemorata e privata di suoni articolati, ricordi e pensieri. Una condizione colpevole, per giunta.
Mentre Frullo, che – solo contro tutti – si era rifugiato nelle parole e nei racconti del misterioso e anomalo libraio, è salvo. È in grado di raccontare, e di salvare le persone e le cose che ama.

Racconta – cantando – Roberto Vecchioni:

Così di notte quando tutto era silenzio nella strada,
io scavalcavo la finestra
e camminavo con le scarpe in mano,
e mi infilavo nella luce fioca della sua bottega
per sentire la voce di quel piccolo uomo.

Così di notte in quella stanza
dove mi dimenticavo il tempo,
io stavo ad ascoltarlo di nascosto
mentre lui leggeva
parole di romanzi e versi come cose da toccare
e al frusciare di pagine mi sentivo volare…

E le parole come musica di seta
mi prendevano per mano,
e mi portavano lontano dove il cuore
non si sente più lontano:
dentro le immagini, nei libri e nella pelle
di chi aveva già vissuto cose tanto uguali a me,
nella follia d’essere uomo e nelle stelle
per andare oltre il dolore più inguaribile che c’è;
e le parole si riempivano d’amore,
le sue parole diventavano d’amore,
le sue parole diventavano l’amore…

Così la notte quando gli incendiarono la casa,
e la gente rideva e diceva che era finalmente ora,
capii che c’è davvero una diversità infinita
tra imparare a vivere e imparare la vita;

guardavo il pifferaio che si portava dietro le parole
e se le trascinava nella luce bianca della luna:
non si voltò, non si voltò neanche a salutare,
se le prese su tutte e le gettò nel mare…

E le parole del libraio da quella sera
se ne andarono per sempre
e mi lasciarono con gli occhi di un bambino
che non può sognare più.
Tutte le notti torno con le scarpe in mano
per vedere se da qualche parte le riporterai;
di giorno provo a ricordarmele ma invano,
troppi uomini non cambiano
e non cambieranno mai:
parlano tutti ma non dicono parole,
le loro cose non diventano parole,
mi manchi tu, mi mancano le tue parole…

Ma ci son sere che scendendo verso il mare
mi sembra come di sentirti, e non ti vedo;
ma se mi illudo che sia ancora tutto vero
quasi ci credo.

(Il libraio di Selinunte)

È un brano contenuto nell’ultimo cd del professore, Rotary Club of Malindi, sfociato in un libro che porta lo stesso titolo, Il libraio di Selinunte appunto, il terzo di un’esperienza elaborata dall’autore sul filo del racconto, del tempo (talora “immobile” e contro ogni logica), delle parole e del loro senso profondo e rivelatore.
C’è sempre qualcuno che racconta, in queste storie di Vecchioni, ed è la figura cardine, quella che dà il senso alla verità intima e profonda dissimulata dietro la favola.

Racconta Teliqalipukt, l’immortale custode di segreti dei Viaggi del tempo immobile capace di svelare i retroscena umanissimi di vicende e personaggi mitici ed il senso di ogni partenza e di ogni ritorno.

Racconta Otto November, il bizzarro linguista di Le parole non le portano le cicogne che spalanca le porte dell’universo delle parole alla giovane Vera curiosa e affamata della vita, dando loro corpo, respiro e voce e permettendo a lei di viverle riconoscendo la complessa eppur semplice trama che lega il senso di ogni particella del cosmo ad un’altra.

Racconta infine il libraio senza nome, per chi voglia ascoltarlo in una Selinunte sorda e destinata a perdere memoria di sé, perché tutte le parole scritte dagli uomini sono forsennato amore non corrisposto; sono un diario frettoloso e incerto che dobbiamo riempire di corsa, perché tempo ce n’è poco. Un immenso diario che teniamo per Dio, per non recarci a mani vuote all’appuntamento.

Leggendo questo libro, pur tutto d’un fiato, si è presi dall’ansia di capire, come e perché un giorno – anche noi – potremmo svegliarci, sentir pulsare la vita ed il sangue dentro e non avere più parole per dire… amore, per non esserci consegnati a quell’incantesimo che permette – invece – di raccontare come si è giunti fin qui, dove si è, dentro quella vita incredibile dove le cose hanno un nome, e dove le parole sono il momento esatto in cui le emozioni vivono.

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Un commento su “Le parole per dirlo

  1. simple
    12 novembre 2004

    “Le parole non le portano le Cicogne” è sul comodino che attende il tempo di essere letto tutto d’un fiato. Per quanto riguarda il libraio, sai già che l’ho trovato un ottimo consiglio.
    🙂

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Questa voce è stata pubblicata il 11 novembre 2004 da in Roberto Vecchioni con tag .

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