Squilibri

Leggo per legittima difesa. E per trovare domande

Andar per mare

 

Gli uomini vanno per mare perché sono come il mare, tempesta e passione, onda incerta, dubbiosa: incerta pure la meta, e mai l’ultima. Gli uomini sono quella rabbia senza fine di coprire tutto, di insinuarsi ovunque, come il mare, al falso, dolce carezzar di spuma, quando il vento del cuore, a tratti, si placa; e del mare hanno l’inconsistenza, il lungo canto illusorio e la violenza di tamburo battuto, fino al sacrificio.
E non hanno colore, come il mare. Perché il mare altro non è che il riflesso del cielo, è un cielo capovolto…

(R. Vecchioni, Viaggi del tempo immobile)

Ripartendo da Vecchioni ho la possibilità di far scalpitare dalla mia libreria Inferni, mari, isole, un altro libretto che amo molto e che sul filo della letteratura di mare traccia le linee del personale e avventuroso viaggio nella vita e dentro se stessi.

Per gli antichi era l’immagine della discesa agli inferi la metafora perfetta del viaggio alla volta di noi stessi: prefigurava l’abisso, si esprimeva nell’avventura di Orfeo, Ulisse ed Enea, varcava la linea di quell’oltre abitato dalle nostre radici da cui era consentito fare ritorno rigenerati.

Dante stesso scende e risale tornando a riveder le stelle dall’ultimo inferno che non sia mare. Perché sarà il mare, con tutte le sue implicazioni simboliche, insieme alla metafora della navigazione, a popolare i sogni e gli incubi della grande letteratura anglosassone, metafisica per eccellenza: il mare sul quale si viaggia attraversando l’esistenza, le sue tempeste, gli abissi, le visioni, le bonacce, per uscirne spesso vinti ma sempre trasformati.

Nella carrellata di personaggi noti e meno noti ritroviamo così Robinson Crusoe, che si avventura per mare contro il volere della comunità e giunge in un’isola dove sarà costretto, in solitudine, a ripercorrere tutte le tappe dell’evoluzione umana.

O lo scenario della Tempesta di Shakespeare, quello in cui il mago Prospero diventa veramente tale quando la magia viene contaminata dall’amore (quello della figlia Miranda per il naufrago Ferdinando, figlio del suo nemico Alonso), spezzando la sua bacchetta prima di restituirla al mare e riconoscendo che la magia – come la poesia – non ci appartiene bensì ci è solo data in prestito.

O, ancora, La ballata del vecchio marinaio di Coleridge, nella quale l’uccisione dell’albatros, messaggero dell’aria e tramite fra cielo e terra, provoca la rovinosa bonaccia che avrà termine solo in seguito ad una lunga espiazione. E tutto potrà essere, alla fine, raccontato.

Il mare come grande metafora dei vinti: si salva solo chi riconosce il proprio limite.

Si salva in Moby Dick anche Ismaele, uomo attratto “dal sacro, dal mistero, ma con la vocazione a non assumere comando, a non sfidare da prua i mostri degli abissi, a rimanere sempre un marinaio semplice, uno della ciurma, un uomo affratellato alla turba dei simili che è partito per mare e ha visto il divino e ha saputo tornare ai suoi fratelli per raccontarlo”.

Non chiamatemi Ismaele.

You are innocent when you dream.
(Tom Waits)

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