Squilibri

Leggo per legittima difesa. E per trovare domande

Una lanterna nella notte

Secondo Italo Calvino la letteratura sarebbe leggera, rapida, visibile, molteplice, esatta. O almeno è questa la sua idea – annidata dietro quelle Lezioni mai tenute all’Università di Harvard alla metà degli anni Ottanta – di scrittura realizzata da un artigiano consapevole del suo progetto: lo scrittore è persona che sa, che compone sapientemente la sua melodia attenendosi ai canoni della leggerezza, della rapidità, eccetera…

Secondo Giorgio Montefoschi, che lo scorso 14 dicembre ha firmato sul “Corriere della Sera” un brano tratto dalla relazione da lui tenuta all’Università di Stanford (Calvino. Un codice inverso per le Lezioni Americane, pag. 33), almeno due di queste “qualità” letterarie possono essere tranquillamente confutate.
Lo sgomento di fronte ad una letteratura che possa nascere dalla leggerezza e dall’esattezza appare infatti ampiamente condivisibile, una volta invitati a considerare il Caos dal quale con grande dolore vengono generati gli dèi (Esiodo, Teogonia), o il buio atteso da Ulisse per “pescare nella notte” e iniziare il suo racconto nell’isola dei Feaci, o “il mare buio e ignoto” che avvolge i pensieri e il mondo visto attraverso gli occhi di un bambino (C. Dickens, Dombey and son).
Bellezza e luce sono nella tenebra (Origene, a commento della bellezza della sposa paragonata alle tende di Kedar nel Cantico dei Cantici), la vera luce è nel sonno, nell’anima “di chi dorme […] mentre di giorno i mortali son ciechi per loro destino” (l’ombra di Clitemnestra nelle Eumenidi), ed è solo nella luce notturna che gli uomini possono vedere gli dèi, come Lucio vede Iside in una notte di plenilunio (Apuleio, Metamorfosi).
Attraverso questi ed altri esempi Montefoschi propone le sue suggestioni di una scrittura che – orfana di qualsiasi leggerezza – nasce da un immenso peso difficile da scrollarsi di dosso, e nasce dall’oscurità vivendo di oscurità.
Lo scrittore finisce per assomigliare a Psiche che, per vedere Amore, solleva la lanterna nella notte: è lì, infatti, che a chi scrive è dato di scorgere ciò che non sa e che lo porterà alla creazione, con un gesto faticoso e trasgressivo che sfida l’ignoto su cui si basa ogni raccontare.
Contra Calvino, Montefoschi suggerisce che lo scrittore non sappia, perché se sapesse – semplicemente – non scriverebbe. Se possedesse gli strumenti dell’esattezza, non procederebbe per errori e correzioni bensì con le forbici e la colla di chi assembla e connette seguendo un disegno.

La scrittura e il bisogno di scrivere che nascono dal buio… Mi conducono inevitabilmente alla realtà dei tanti (dei quali mi onoro di far parte) che attendono le ore notturne per cercare di riordinare i pensieri, che nel buio pescano le emozioni da trasmettere o condividere, allo stato puro, senza la volontà di rischiararle; perché per scrivere bisogna esserci dentro, a quelle emozioni, ed “ammalati” di esse, e determinati a percorrerne sino in fondo l’oscurità senza la tentazione psicanalitica di condurle alla luce del sole.
La forza di sollevare la lanterna nella notte può nascere solo dopo essersi perduti in questo buio ed aver toccato con mano la nullità del nostro essere. Montefoschi lo suggerisce: la redenzione e la verità ripartono dalla consapevolezza del nulla, e per lo scrittore il miracolo si manifesta nello stile, nel ritmo segreto delle parole che nascono da questo travaglio e che si fanno musica arcana e intraducibile simile al mistero del tempo: una musica in cui le parole “hanno il dono – diciamo: la grazia – di essere esatte e leggere“.

Scrivere è sempre nascondere qualcosa in modo che poi venga scoperto.

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Questa voce è stata pubblicata il 27 dicembre 2004 da in Apuleio, Charles Dickens, Esiodo, Italo Calvino, Omero con tag .

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