Squilibri

Leggo per legittima difesa. E per trovare domande

Gocce di oceano mare

archeological-reminiscence-millet-s-angelusLa locanda Almayer «… aveva quella bellezza di cui solo i vinti sono capaci. E la limpidezza delle cose deboli. E la solitudine, perfetta, di ciò che si è perduto (…) Posata sulla cornice ultima del mondo, a un passo dalla fine del mare, la locanda Almayer lasciava che il buio, anche quella sera, ammutolisse a poco a poco i colori dei suoi muri: e della terra tutta e dell’oceano intero».

Tra gli ospiti della locanda c’è una donna bellissima, Ann Deverià, ammalata di passione folle per un uomo, che è al mare per «guarire»: perché l’aria del mare assopisce gli ardori, la sua vista stimola «il senso etico», la sua solitudine placa e fa dimenticare.

E c’è Elisewin, ammalata di troppa sensibilità. I volti umani pare le «urlino addosso», i rumori, e perfino i colori, la feriscono, tanto che nel suo palazzo ci sono dappertutto tappeti bianchi: «passi senza rumore e colori ciechi». Fanciulla trasparente come la seta che mai ha potuto vivere davvero per non disfarsi, disperatamente cerca nel «grembo marino» la salvezza, la vita. La sua giovane voce, un soffio, un sussurro: «dovesse anche fare un male da morire è vivere che voglio».

Ann Deverià, camminando lungo la riva, parla con Elisewin:

«Poi non è che la vita vada come tu te la immagini. Fa la sua strada. E tu la tua. E non sono la stessa strada. Così… Io non è che volevo essere felice, questo no. Volevo… salvarmi, ecco: salvarmi. Ma ho capito tardi da che parte bisognava andare: dalla parte dei desideri. Uno si aspetta che siano altre cose a salvare la gente: il dovere, l’onestà, essere buoni, essere giusti. No, sono i desideri che salvano. Sono l’unica cosa vera. Tu stai con loro, e ti salverai… Però troppo tardi l’ho capito. Se le dai tempo, alla vita, lei si rigira in un modo strano, inesorabile: e tu ti accorgi che a quel punto non puoi desiderare qualcosa senza farti del male.

È lì che salta tutto, non c’è verso di scappare, più ti agiti più si ingarbuglia la rete, più ti ribelli più ti ferisci. Non se ne esce. Quando era troppo tardi, io ho iniziato a desiderare. Con tutta la forza che avevo. Mi sono fatta tanto di quel male che tu non te lo puoi nemmeno immaginare. Sai cos’è bello, qui? Guarda: noi camminiamo, lasciamo tutte quelle orme sulla sabbia, e loro restano lì, precise, ordinate.

Ma domani, ti alzerai, guarderai questa grande spiaggia e non ci sarà più nulla, un’orma, un segno qualsiasi, niente. Il mare cancella, di notte. La marea nasconde. È come se non fosse mai passato nessuno. È come se noi non fossimo mai esistiti. Se c’è un luogo al mondo, in cui puoi pensare di essere nulla, quel luogo è qui. Non è più terra, non è ancora mare. Non è vita falsa, non è vita vera. È tempo. Tempo che passa. E basta».

Poi c’è Plasson, il pittore delle tele bianche, che intinge il pennello nell’acqua del mare per dipingere il mare (con il risultato che il mare dipinto è «niente che si possa vedere»), e che lascia tutte le frasi a metà.

E c’è il professor Bartleboom. Gli occhi fissi all’onda che si frange sulla riva, intento ad osservare il miracolo: la fine del mare. Perché, meraviglia dirlo, ma esistono pur «un luogo piccolissimo e un istante da nulla» dove il mare, l’immenso mare, finisce.

«C’è qualcosa di… di malato in questo posto. Non te ne accorgi? I quadri bianchi di quel pittore, le misurazioni infinite del professor Bartleboom… e poi quella signora che è bellissima eppure non è felice, non so… per non parlare di quell’uomo che aspetta… quel che fa è aspettare, Dio sa cosa, o chi… è tutto… è tutto fermo un passo al di qua delle cose. Non c’è niente di reale…». D’altronde, «questa è la riva del mare. Né terra né mare. È un luogo che non esiste».

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2 commenti su “Gocce di oceano mare

  1. Yuri Masulli
    16 agosto 2008

    Appena terminato di leggere..
    Un capolavoro perfetto della letteratura del novecento, senza alcuna ombra di dubbio.

  2. Ema
    22 agosto 2009

    Tossico rifiuto contemporaneo.

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Questa voce è stata pubblicata il 10 febbraio 2005 da in Alessandro Baricco con tag , .

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