Squilibri

Leggo per legittima difesa. E per trovare domande

Il cuore in salvo

“[…] Vecchio professore cosa vai cercando in quel portone
forse quella che sola ti può dare una lezione
quella che di giorno chiami con disprezzo pubblica moglie.
Quella che di notte stabilisce il prezzo alle tue voglie
“.

(F. De André, Città vecchia)

Novant’anni di solitudine, commentano gli ammiratori traditi richiudendo con rabbia questo libro amato e odiato, tra entusiasmo e delusione, 140 pagine di caratteri esorbitanti in una gabbia stretta che sembra quasi voler dare loro dignità di capolavoro.

Dieci anni di attesa per non ritrovare neanche l’ombra di Florentino Ariza né lo struggente odore di mandorle amare, o la serie infinita di Aureliani e Arcadii Buendia con il loro mondo felice e aurorale, dieci anni di attesa ricordando un “Gabo” col pensiero sempre rivolto alla morte per contrastarla con tutte le sue forze ed ora, ad un passo dal capolinea, trasmigrato a sorpresa verso la vitalità incosciente di un bambino, spiazzante per chi si aspetterebbe la mesta rassegnazione di un vecchio.

Un vecchio che nel giorno del suo novantesimo compleanno decide di regalarsi una prostituta vergine e chiama la vecchia maitresse del bordello in cui è stato cliente per una vita. Un uomo che non ha mai amato una donna senza pagarla, che sopravvive con una pensione minima, che arrotonda scrivendo recensioni di concerti di musica classica e svendendo i beni di famiglia.

Ma quella notte, al cospetto di una bambina di 14 anni, addormentata sul letto a lungo desiderato del bordello, succede qualcosa, perché è vero, spesso dal letame nascono i fiori e le perle si annidano dove non le cercheresti mai.

Lui non la sveglia, le dorme accanto, e stende questa “memoria” per testimoniare “l’inizio di una nuova vita a un’età in cui la maggior parte dei mortali è già morta”.
Per un attimo ti chiedi se la ragazza esista davvero o se sia semplicemente il grumo degli echi del passato fattosi corpo: lei, infatti, è per noi solo ciò che noi sappiamo attraverso gli occhi di lui, il corpo dei giorni perduti in una notte di ispirazione vitale senza preavviso.

Una notte che cambia per sempre i giorni che sono stati già e non ancora: l’intensità emotiva degli incontri smuove le zolle indurite del ricordo della vita passata e fa riaffiorare le figure femminili che l’hanno affollata, permettendo di ricostruire nitidamente il passato, le abitudini e le solitudini di un uomo.
Nonostante tutto, non è amore, ma passione attesa con fibrillazione e intensamente vissuta, in misura proporzionale al senso di precarietà dell’esistenza che sopravviene con l’incedere degli anni, quando il loro peso improvviso fa contare minuto per minuto “i minuti delle notti che mancano per morire”.

Non è amore ma qualcosa di vero e salvifico, trovato senza averlo cercato, condanna ad un’agonia felice, ad una morte di “buon amore” e – forse – nostalgia «di tutti gli amori che avrebbero potuto essere e non erano stati».

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Questa voce è stata pubblicata il 6 marzo 2005 da in Fabrizio De André, Gabriel García Márquez con tag .

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