Squilibri

Leggo per legittima difesa. E per trovare domande

Paesaggi dell’anima

Per cercare le chiavi del presente, e per capirlo, bisogna uscire dal rumore: andare in fondo alla notte, o in fondo al nulla; magari laggiù, un po’ a sinistra e un po’ oltre il secondo cavalcavia, sotto il «macigno bianco» che oggi non si vede. Nel villaggio fantasma di Zardino, nella storia di Antonia. E così ho fatto.

(Sebastiano Vassalli, La chimera – dalla Premessa)

Sebastiano Vassalli, sollecitato a tratteggiare un profilo dei luoghi della sua scrittura, si domandava come mai la sua terra avesse sempre prodotto piccole storie e mai grandi scrittori. Rispondendosi che in realtà la grande storia – quella vera – del Novarese e della sua pianura, la racconta il paesaggio: dalle foreste alle acque correnti in ogni direzione fino a impaludarsi, alla terra appena ondulata da montagnole poi progressivamente spianate dall’intervento dell’uomo.

Ed oggi, quella pianura deprivata di riferimenti appare smarrita. Come una sorta di tabula rasa, è il paesaggio azzerato che racchiude l’incipit (e la conclusione) de La chimera, storia triste e tragica di Antonia, la strega di Zardino, e viaggio trasversale in una piccola comunità padana del Seicento più oscuro e dimenticato dalla Storia.

Tutto ruota intorno alla pagina bianca del nulla, al paesaggio della storia azzerato dall’oggi:

Dalle finestre di questa casa si vede il nulla. Soprattutto d’inverno: le montagne scompaiono, il cielo e la pianura diventano un tutto indistinto, l’autostrada non c’è più, non c’è più niente. Nelle mattine d’estate, e nelle sere d’autunno, il nulla invece è una pianura vaporante, con qualche albero qua e là e un’autostrada che affiora dalla nebbia per scavalcare altre due strade, due volte: laggiù, su quei cavalcavia, si muovono piccole automobili, e camion non più grandi dei modellini esposti nelle vetrine dei negozi di giocattoli…

Un nulla complesso e articolato, tuttavia, questa pianura trafficata dove è passata una moltitudine di uomini in assetto di guerra e di pace, come una lavagna sulla quale si è scritto, cancellato e riscritto, e ancora nuovamente cancellato come fa un fiume in piena trascinando con sé ogni cosa, finanche la memoria. Un vuoto colmo di infinite storie e personaggi che solo la scrittura può disseppellire anche in assenza di tracce.

E a fronte di questo continuo mutare, sullo sfondo dell’orizzonte piatto, oltre le risaie, l’immutabile e fermo contrappasso delle montagne, sovrastate dal “macigno bianco” del Monte Rosa, apparizione surreale ed improvvisa dentro la pagina del nulla:

Capita anche di tanto in tanto – diciamo venti, trenta volte in un anno – che il nulla si trasformi in un paesaggio nitidissimo, in una cartolina dai colori scintillanti; ciò si verifica soprattutto in primavera, quando il cielo è blu come l’acqua delle risaie in cui si rispecchia, l’autostrada è così vicina che sembra di poterla toccare e le Alpi cariche di neve stanno lì, in un certo modo che ti si allarga il cuore solamente a guardarle. Si vede allora un orizzonte molto vasto, di decine e di centinaia di chilometri; con le città e i villaggi e le opere dell’uomo inerpicate sui fianchi delle montagne, e i fiumi che incominciano lì dove finiscono le nevi, e le strade, e lo scintillio di impercettibili automobili su quelle strade: un crocevia di vite, di storie, di destini, di sogni; un palcoscenico grande come un’intera regione, sopra cui si rappresentano, da sempre, le vicende e le gesta dei viventi in questa parte di mondo. Un’illusione…

Una chimera, appunto, massa di ghiaccio e granito sospesa nell’aria, sorgente inesauribile di tutte le acque che scendono verso la pianura creando un paesaggio illusionistico fatto di superfici acquitrinose a intermittenza, quasi una seconda chimera:

Antonia si accorse che il paesaggio era cambiato, da terrestre che era stato fino a quel momento, d’un tratto s’era fatto acquatico. Era il paesaggio della risaia…

Vassalli confessa di non avere dentro altro paesaggio all’infuori di questo, da sempre, perché da sempre è qui che vive. Da un sempre che finisce per sedimentare un paesaggio dell’anima in tutto e per tutto corrispondente a quello che fluisce all’esterno, un “territorio poetico” simile ad un hortus conclusus fuori dalle mura del quale non è possibile scrivere senza recidere il cordone ombelicale con la propria identità profonda e con il genius loci, barattando la poesia con l’artificio.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Informazione

Questa voce è stata pubblicata il 7 marzo 2005 da in Sebastiano Vassalli con tag .

Sto leggendo (o rispolverando)

I libri che ho appena letto:
Stefania's book list (read shelf)

Inserire il proprio indirizzo email per iscriversi a questo blog ed essere avvisati via mail della pubblicazione di nuovi articoli.

Segui assieme ad altri 114 follower

Pagine sfogliate da

  • 147,769 lettori squilibrati

Tanto per contare…

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: