Squilibri

Leggo per legittima difesa. E per trovare domande

Il bambino dell’infinito

Dalla Cabala allo Spirito Santo, passando per Walt Whitman e Flaubert, per arrivare al paradosso di Zenone.

Con la voce di Greta Garbo accostata – per analogia e paradosso altrimenti inconcepibili – a quella di Aldonza Lorenzo, la rozza villana che Don Chisciotte scambia per Dulcinea.

Con un uso reiterato del dèmone dell’analogia, tanto da consentire che il mare, “pampa degli inglesi” conduca in modo fulmineo ad agganciare la poesia gauchesca alle rotte di Conrad e Stevenson…

Se un libro così esiste, si domanderà anche quanto duri l’Inferno, perché Achille non raggiungerà mai la tartaruga e quali siano il lato sinistro di un suono e il rovescio di un odore, magari come variazioni sul tema di un esercizio intellettuale capace di spaziare con consumata nonchalance dai temi metafisici (l’infinito, la realtà, l’inferno, la magia) alle questioni stilistiche (la traduzione, la natura della narrativa), fino alla poesia ed al territorio del cinema.

Il tutto per ricordarci l’ossessione del suo autore, quel labirinto fatto degli affascinanti paradossi del tempo, dello spazio, dell’eternità e dei loro riflessi nella letteratura, “un universo mobile e imprevedibile, dotato di una propria vita caotica e riluttante ad ogni tentativo di classificazione”. Un vertiginoso labirinto metafisico abitato da una sorta di forza inaugurale, presente e fantomatica, che ha gli abiti di un bambino refrattario a guardarsi nello specchio della nonna situato nel grande armadio per timore che la propria immagine si modifichi per conto suo, all’infinito.

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Questa voce è stata pubblicata il 15 marzo 2005 da in Jorge Luis Borges con tag .

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