Squilibri

Leggo per legittima difesa. E per trovare domande

Il potere (e la colpa) delle mani

The hand that signed the paper felled a city;
Five sovereign fingers taxed the breath,
Doubled the globe of dead and halved a country;
These five kings did a king to death.

The mighty hand leads to a sloping shoulder,
The finger joints are cramped with chalk;
A goose’s quill has put an end to murder
That put an end to talk.

The hand that signed the treaty bred a fever,
And famine grew, and locusts came;
Great is the hand that holds dominion over
Man by a scribbled name.

The five kings count the dead but do not soften
The crusted wound nor stroke the brow;
A hand rules pity as a hand rules heaven;
Hands have no tears to flow
.

(D. Thomas, The hand that signed the paper)

Sono mani, il segno della nostra abilità di bipedi, quelle di cui parla Dylan Thomas. Lui scrive della loro colpa, del bene e del male che possono, accusando loro e non il resto del corpo, perché se il capro espiatorio non fosse la parte per il tutto non sarebbe poesia.

Sappiamo poco delle nostre mani se non abbiamo mansioni strettamente manuali nel nostro lavoro; possiamo distinguerle, scrivere con la destra, con la stessa pettinarci, stringere un bicchiere o un’altra mano, e mentre una agisce lasciare che l’altra sia la sua ombra.

Chi manualmente opera ha una diversa intelligenza delle mani: le ha abituate da sempre ad un’arte, magari sbagliando, ferendole, mandandole in avanscoperta o allo sbaraglio, plasmandole ad una destrezza che nello svolgimento del lavoro fa sì che il corpo sia solo la macchina che le regge, che sostiene il misterioso tempo musicale nell’esecuzione e tutta la vastità del verbo fare.

Costui sa che c’è una mano che offende e un’altra offesa, sa del piccolo scarto dal gesto esatto che procura il male, la ferita, il sangue, sa della ribellione del corpo alla stanchezza, alla disobbedienza che nella mano fluisce per colpire.

Non sono uguali, le mani, neanche quelle del poeta, la cui destra forse resse il bicchiere più volte della sinistra, ma anche e soprattutto la penna, benché ad un poeta non sia richiesta perizia manuale e molti diventino poeti, e bravi, pur di evitarsela. Alle mani di quei versi potremmo chiedere di essere così, senza lacrime da far scorrere, e non perché in cambio facciano scorrere sangue, ma perché siano in grado di asciugarle, invece, quelle lacrime.

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Questa voce è stata pubblicata il 23 marzo 2005 da in Dylan Thomas con tag .

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