Squilibri

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Radici

timanfayaMi sono posta spesso la domanda di cosa sia un “luogo originario”, ed ogni volta che l’interrogativo ritorna non posso fare a meno di ripensare ad un viaggio fatto due anni fa che mi ha portato fino a Lanzarote.

Era uno strano “altrove”, il mare intorno, e al centro un’isola, che dicono fortunata e magica, certamente sfuggita alla regola che vuole che Dio – il settimo giorno – si sia riposato.

La prima impressione fu di essere, appunto, ancora nel corso di una “catastrofe”: nudità desolata, uniforme colore di terra senza alberi, senza verde, polvere, lava pietrificata, vento, nero. Coni vulcanici dappertutto, marchiati a fuoco, valli carbonizzate, tutto fuorché una qualsiasi memoria dell’Eden. Niente vegetazione lussureggiante, ma la grande sete che avvince le cose nate dal fuoco.

Un paesaggio misterioso e lunare: dicono che quando Armstrong, il primo uomo della luna, la visitò da turista, faticasse a credere di essere in un posto così simile a quello che aveva visto “lassù”.

Sono rimasta a contemplare Lanzarote e il suo orizzonte come qualcuno che apra gli occhi per la prima volta e osservi le profondità più insondabili. Lanzarote era un inferno di fuoco, ed oggi è un frammento di luna inondata di sole. Non esiste acqua nelle sue viscere; per coltivare amorevolmente qualche ciuffo di vegetazione i pochi contadini rimasti coprono il suolo con la cenere sottilissima, che è in grado di assorbire l’umidità della notte e di trasmettere una parvenza di vita.

vignetiLanzarote è nera e piena di casette bianche che riverberano la luce persino di notte. La sua terra è incenerita, ma i suoi abitanti riescono persino a renderla fertile. Mi era quasi parso di sentire il respiro della terra, ma forse era solo l’oceano, un oceano ribollente, violaceo, a tratti bluastro come i riflessi di quella lava nera che – sbriciolata – è la sabbia di Lanzarote, luccicante e preziosa di verdi olivine, le pietre che vengono incastonate nell’oro e nell’argento e vendute ai turisti che si illudono di portar via con loro un tesoro. Quella lava che è la roccia di Lanzarote, le sue strade, la sua terra, la sua anima, le sue viscere.

È freddo l’oceano, ti respinge anche in estate, ma allo stesso tempo ti trattiene, ti impedisce di andar via. Come se ti ricordasse che così, uguale a Lanzarote, è l’origine e la radice della vita. Di fuoco, d’acqua, di terra e di aria, primordiale ribollire di elementi che puoi ritrovare solo “fuori” dal mondo, dal mondo com’è, ritornando nel guscio, nel grembo della terra, al primo mattino del mondo.

Talvolta l’oceano sembrava voler aggredire l’isola: rifletteva i colori della terra e del cielo imbronciato, era viola e correva veloce, di traverso, sotto un vento impietoso. A Lanzarote piove solo sette giorni l’anno, e le nuvole vanno via presto, lasciando sabbia e roccia assetate, e quel senso di precaria instabilità che accompagna le nuvole di sabbia che “piovono” dal Sahara dopo aver viaggiato nel cielo. Mentre Dio preparava l’Eden, qui il mare ribolliva e spuntavano fiori di fuoco dalle acque.

Teguise, ovvero il fascino di un’antica piccola capitale. Palazzi, chiese, santuari, conventi; vicoli e botteghe. E nella folla del mercato, nell’eccitazione collettiva di riti antichi, la vena malinconica del flauto di Pan tra le labbra del solista vagabondo riusciva a colpire al cuore, ad avvolgere l’anima addormentata con un senso di struggente solitudine. E a ricordare che ero lì, e intorno c’era solo terra e cenere, e viscere di fuoco ferme da millenni, secoli, o forse solo anni, e ancora acqua che non disseta, oceano, mare, che non si sa dove abbia inizio e dove abbia fine.

casa_manriqueCesar Manrique è l’uomo cui Lanzarote ha innalzato altari di ogni tipo per ringraziarlo di averla “costruita” senza spezzare l’armonia con la sua natura, senza perdere mai di vista il rapporto tra la natura e l’uomo. Ha costruito “monumenti” che giocano con il vento, ha costruito la sua casa nelle “bolle” della colata lavica permettendo alla roccia di entrare, rispettando una sorta di “diritto di prelazione” rispetto alla presa di possesso del territorio da parte degli uomini. Sì, ha fatto “entrare” il fiume di fuoco ormai freddo nella sua casa. Ha fatto del fuoco, della luce, dell’acqua la sua dimora, per non dimenticare di cosa sia fatta la materia della felicità e della vita.

Sono salita al Mirador del Rio, quasi 500 metri di altezza, un belvedere-scogliera da cui si vede il più bell’orizzonte dell’isola, con le isolette Graciosa, Montaña Clara e Alegranza. Manrique ha fatto scavare nella roccia un ristorante con una gigantesca finestra oltre la quale non ci sono più confini tra te e l’orizzonte, e tra la terra, il mare e il cielo. Ed io lì, infinitesimale puntino scuro sulla mappa in scala inimmaginabile che si distendeva sotto di me, per un attimo ho avvertito insopprimibile l’istinto di volare al di sopra ed oltre la curva dell’orizzonte, le lingue di terra sottili ed immobili lambite da quell’oceano che pareva essersi fermato. O tutto si era fermato? Il mare, il tempo, il moto delle stelle, la mia memoria? Ho aspettato con un brivido che l’orologio riprendesse la sua corsa.

Nella sete di Lanzarote esiste la valle delle mille palme. Improvvisamente dal deserto lunare di una terra che non conosce l’acqua e il verde, svettavano dieci, cento, mille palme in un paesaggio immobile, sospeso, disabitato. Dicono che in antico per ogni nuovo nato fosse piantata una palma, se maschio. Ma ben tre, se femmina. Oggi non si fa più, ma quella valle ricordava che la vita era passata di lì, insieme all’amore…

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Questa voce è stata pubblicata il 25 marzo 2005 da in Cesar Manrique con tag , .

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