Squilibri

Leggo per legittima difesa. E per trovare domande

Tristano è morto

Lo leggevo di questi tempi, un anno fa, in ritardo su ogni baccano pubblicitario, perché non leggo quasi mai un libro quando è appena uscito e se ne parla troppo.

Magari ne divoro le anticipazioni, gli annunci stilati sulla base dei comunicati stampa (per vedere fino a che punto riescono ad essere originali coloro che ne parlano senza averlo letto), le recensioni “a caldo” (quasi sempre troppo unanimi, nel bene e nel male).

Magari aspetto qualche giorno, qualche settimana, poi cedo alle brame del possesso dell’oggetto/libro, e lo compro.

Poi però lo lascio sedimentare ancora: non sarà mai mio finché non l’avrò letto, ed il momento “giusto” perché ciò accada arriverà da solo, in un’alchemica unità d’intenti che ci farà incontrare fuori programma.

Perché non basta spiarlo, annusarlo, assaggiarlo a piccoli morsi, programmare l’incontro…

E arrivò anche il momento di Tristano, spiato, annusato ed assaggiato a più riprese, anche attraverso le impressioni di chi lo stava leggendo prima di me.

Tristano, uomo “vero davvero“, la cui storia è un “filo tenue” che continuamente si spezza per stanchezza e sfinimento, i cui luoghi e i cui tempi si sovrappongono, i cui ricordi e i cui sogni si confondono.

Perché “la vita non è in ordine alfabetico […] appare un po’ qua e un po’ là, come meglio crede, sono briciole“.

Tristano, uomo vero con una storia falsa, anzi, con una storia che non c’è, anzi, con una storia che c’è fin quando il vecchio, che finge di essere specchio, gioca a fare la spugna, irridendo la scrittura che si crea intorno ai frammenti del suo racconto e che cerca in lui conferme.

Ma perché… si può raccontare, una vita, che continuamente ti implora di non attribuirle un ordine, un inizio e una fine?

No, non si può, perché le parole sono briciole, appunto: “Il problema è raccoglierle dopo, è un mucchietto di sabbia, e qual è il granello che sostiene l’altro?“.

Perché le parole sono “suoni fatti d’aria“, sordi e assassini.

La scrittura, avida, ha cercato la vita, che avrebbe fatto volentieri a meno di farsi raccontare: “non vorrei che tu ti convincessi che sono stato io a chiederti di venire… sei stato tu, lo sai meglio di me, io ti ho fatto un fischio e tu sei corso subito perché non aspettavi altro… ti faceva gola…“.

Perché la vita che sfuma nel suo farsi resti, “ci vogliono le parole, che continuino a farla essere“, anche se solo la vita conosce le “gradazioni del buio“, mentre la scrittura deve ancora impararle, anche se solo la vita può perdere il filo (e ritrovarlo) rafforzando il suo fascino di “opera aperta“.

Le parole del libro sono suoni senza voce; i “suoni che senti nell’aria, nella tua pagina moriranno – dice il vecchio – la scrittura li fissa e li uccide“.

Già… per questa volta il colpevole non è il maggiordomo, ma lo scrittore.
Peccato.

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Questa voce è stata pubblicata il 30 marzo 2005 da in Antonio Tabucchi, Umberto Eco.

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