Squilibri

Leggo per legittima difesa. E per trovare domande

Pappagalli sapienti

Confesso: il cubo di un numero non è mai la somma di altri due cubi e volevo continuare a non saperlo.

Confesso: anche una libridinosa impenitente può avere il suo momento di crisi e scontrarsi con il libro che rimette in discussione persino i lunghi anni di morbo di Gutenberg coltivati con abnegazione.

Per un attimo (un lungo attimo ricorrente, cioè ogni volta che lo riaprivo e cercavo di riprendere il filo, ovvero ogni volta che trovavo ignobili scuse per non farlo) mi sono preoccupata, ma sono arrivata fino in fondo, per una questione di principio, un pizzico di orgoglio e tanta gratitudine nei confronti di chi mi aveva designata destinataria di tale dono mettendomi alla prova.

A mia parziale discolpa dovrei anche precisare che la matematica non mi ha mai particolarmente entusiasmato, almeno così come mi veniva offerta a scuola, benché il libro in questione promettesse di renderla avvincente come un romanzo.

Ebbene, confesso che per Il teorema del pappagallo ho dovuto fare appello a tutta la mia buona volontà, sudando per la prima volta ben più di sette camicie.

Intanto, credevo che la storia cominciasse da un pappagallo fuori del comune ribattezzato con un nome improbabile (Nofutur), che continuasse tra gli scaffali di un’avventurosa Biblioteca della Foresta (costituita da tutte le opere matematiche di ogni luogo ed ogni tempo ed ereditata per caso e in blocco dal protagonista), che si avventurasse tra i teoremi più indimostrabili e finisse in una radura sudamericana al cospetto di decine di variopinti uccelli in riverente e silenzioso ascolto di un loro simile.

Credevo… e invece, mi sono ritrovata in compagnia di una serie di assortiti personaggi che ogni giorno – ad una certa ora ed in un certo luogo – usava riunirsi per affrontare sistematicamente i complessi contenuti della Biblioteca cimentandosi con ogni tipo di approfondimento pur di far luce sul mistero della scomparsa – dall’altro capo del mondo – del proprietario della Biblioteca stessa, che nel frattempo – viaggiando per mare – era giunta a sconvolgere la vita tranquilla di un libraio-filosofo e della sua famiglia sui generis.

Nel frattempo, chi legge – pur se attanagliato da atroci dilemmi – è naturalmente tenuto a seguire le lezioni senza osare saltare le pagine e senza distrarsi, pena il ricominciare da capo il corso di studi: da Pitagora ad Euclide, da Talete ad Eulero, da Cartesio a Newton, stordito da Fermat, fustigato dai matematici persiani, perduto nei meandri della biblioteca di Alessandria e risucchiato da un vortice fatto di numeri amicabili, equazioni, zeri, pigreco e decimali, il tutto corredato da schizzi, schemi e disegni buttati giù al momento. Perché i protagonisti della storia sono i matematici di ogni tempo e le loro idee, difese talora con le unghie e con i denti, prelevate di peso dalle pagine impolverate dei nostri libri dimenticati e rappresentate dal vivo sul palcoscenico allestito dal libraio Ruche nel suo garage.

Un’esperienza “traumatica”, dalla quale si esce trasformati, sviliti dal senso di colpa e decisi a battersi il petto per tutte le buone occasioni perdute.

Le occasioni di capire che i nostri studi pregressi – parlando solo di numeri e mai di uomini – ci hanno fatto “odiare” la matematica, che invece – in sé – non dev’essere poi così male se l’autore riesce a costruirci intorno un giallo in cui la trama ha meno impatto e rilevanza di questa materia frettolosamente giudicata ostica.

Una trama che forse non ha inizio né fine, confondendosi con quella scienza dei numeri che la allunga all’infinito in ogni direzione aggiungendo di volta in volta un’unità di suspense e humor che ripaga ogni intercorsa incertezza.

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Questa voce è stata pubblicata il 1 aprile 2005 da in Denis Guedj con tag , .

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