Squilibri

Leggo per legittima difesa. E per trovare domande

La chiave di tutto

Nel 1787 Goethe percorse la Sicilia in un lungo tour, sulle tracce della civiltà classica, dalla quale restò letteralmente affascinato.

L’itinerario isolano, che avrebbe occupato un posto centrale nel suo Viaggio in Italia dato alle stampe nel 1816, è scandito dal continuo inneggiare alla bellezza del suo paesaggio, alla sua centralità geografica nel Mediterraneo, alla sua storia e alla sua antica cultura testimoniate dalla profusione di vestigia ovunque sul territorio.

Si ha la netta impressione, scorrendo anche superficialmente quelle pagine, che il poeta cerchi in Sicilia qualcosa che gli manca in patria: i frammenti e l’impronta di quella civiltà che pulsa come fuoco vivo nelle sue vene e che medita di rendere eterna attraverso l’opera letteraria, tanto sente irresistibile l’attrazione subìta.

I densi echi onirici di Taormina – definita “un lembo di paradiso sulla terra” – favoriscono infatti il progetto di Nausicaa, concentrato drammatico dell’Odissea e testamento ideale di un artista stregato dai luoghi, dalla bellezza travolgente dell’isola, dalla sua “stupefacente luminosità” che non guarda che distrattamente agli splendori arabo-normanni e barocchi, in linea con la visuale viziata e dimezzata di ogni Grand Tour.

Significativa è la descrizione del suo vagabondare per Palermo, commosso di fronte alla santa Rosalia in cima al monte Pellegrino (“il più bel promontorio del mondo“) o in religioso silenzio a Villa Giulia, ignorando del tutto il palazzo dei Normanni, scrigno della Cappella palatina e di 2500 anni di storia mediterranea liquidati in due righe. Così come sprezzante si fa il giudizio sul tempo perso dietro “le stravaganze del principe di Palagonia”, ovvero la cosiddetta Villa dei Mostri, e indifferente il suo passaggio da Monreale, dove ignora tanto il duomo quanto il chiostro normanno.

Il territorio privo di memorie classiche lo attira solo per le rocce o la flora, in nome di una vagheggiata serenità bucolica in cui le rovine di templi come quello di Segesta o quelli di Girgenti si trasfigurano per solennità nello spirito più autentico della “grecità”. È ebbrezza quella provocata dalla Valle dei Templi, o dai tanti piccoli e grandi musei stipati di memorie classiche, ma anche quella sbigottita di fronte alla forza primordiale scatenata dall’Etna, fonte di fascinazione e orrore.

Il viaggio si conclude ufficialmente e simbolicamente a Messina, testimonianza viva della caducità delle cose terrene in virtù delle laceranti ferite inflittele dal sisma del 1783: è lì che Goethe avverte irresistibile il bisogno del ritorno a casa, di abbandonare quella terra fascinosa, “di fuggire lo spettacolo delle rovine” perché le emozioni – o forse le illusioni – di cui si era nutrita la sua anima potessero sopravvivere intatte.

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Questa voce è stata pubblicata il 7 aprile 2005 da in Johann Wolfgang Goethe con tag .

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