Squilibri

Leggo per legittima difesa. E per trovare domande

Abitare Finis Terrae

Abito in una regione che conta ottocento chilometri di costa, talora alta, bianca e rocciosa, talaltra fluida e cangiante sotto il sole a picco.
Sono nata in una città costiera che guarda ad ovest, vivo oggi dal versante che guarda l’alba.
Nonostante numerose digressioni che mi hanno fatto anche affezionare ad altri paesaggi, resto legata a quel filo che disegna le forme delle terre emerse sul pelo dell’acqua, che è un luogo fisico, dell’anima, inizio e fine di ogni viaggio.
È limite del mare e della terra, punto indistinto eppure esatto in cui l’uno si versa nell’altra; ci abiti e non sai mai da che parte stai.

Naviganti e poeti difficilmente hanno resistito alla tentazione di raccontare la costa. Soprattutto nel Novecento, definendo il mare come esperienza del limite che trova nella costa il suo emblema, il confine tra la terraferma della Storia e degli edifici e le acque di un regno ignoto e primordiale. Un mare ambiguo nella sua valenza, assoluto quanto quello di Moby Dick ma praticabile perché Mediterraneo. Luogo di incontro, crocevia di rotte.

Il brivido elettrico di Genova – città di confine tra i regni, città serale fissata nel trapasso dalla luce al buio e nel brivido del salpare – è colto da Dino Campana mescolando prodigio del mare e folla brulicante, con una memoria mai sopita dell’avventura di Colombo che di qui salpò cercando di tornare a Oriente, verso la luce, doppiando Occidente, la terra del tramonto.

Il mare come visione del mistero contemplato dall’entroterra è quello di Montale, spettatore sulla sponda di un paesaggio ligure abbacinante e secco. Visione insostenibile perché prosciugata e ossessionante, memore di un’età passata e portatrice di enigmi.

Ungaretti, poeta ulissico, trova nella costa la salvezza del naufrago e nel contempo il porto sicuro da cui salpare meravigliato dal mondo e stregato dal suo mistero, mentre per Alfonso Gatto costa, promontorio e scogliera – limite fisico di un paesaggio interrogato in cui l’uomo si placa – assumono l’energia di un nucleo ardente di luce e di smalti, stemperati nella quiete meridionale e mediterranea della natura.

Se cercassimo un immagine, finis terrae coinciderebbe con le marine di Carlo Carrà: lì la riva – con le sue barche e i suoi capanni – emana un perfetto sentore di luogo primordiale di incontro e rinascita.

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