Squilibri

Leggo per legittima difesa. E per trovare domande

Impronte (note a margine del mestiere di blogger)

Una notte un signore tartaro di nome Khublai Khan sognò un palazzo e lo fece edificare.
Secoli dopo un grande poeta inglese vide nel sonno la stessa reggia fastosa rilucente d’oro e la descrisse in una famosa poesia.
Lo stesso palazzo era stato immaginato da due uomini in due epoche diverse e lontanissime tra loro, e ognuno – a modo suo – lo aveva costruito, il primo su fondamenta, il secondo su versi leggendari.
Borges scrisse che, evidentemente, quell’edificio era un archetipo dall’urgente necessità di venire alla luce.

Il palazzo del Gran Kahn, descritto anche da Marco Polo, è una sorta di luogo-non luogo: realizzato in materiale deperibile, esposto dunque al rischio di incendio e logorìo a causa degli agenti atmosferici. Quando non fosse stata la natura a danneggiarlo, l’imperatore provvedeva direttamente, per poi ricostruirlo identico, subito dopo.

Era un non luogo che diveniva luogo, questo palazzo, esisteva solo nel momento in cui il signore e la sua corte lo abitavano e scompariva alla loro partenza.

Dai deserti agli oceani letterari, siamo accerchiati dagli archetipi: è così, luogo, ogni rotta sulle onde, rispetto al non luogo che è il ventre della nave in cui la comunità umana si rinsalda e si riconosce nel viaggio comune verso una sponda, una meta. È così ogni deserto in cui l’uniforme infinità della sabbia annulli ogni forma o memoria di forma, evocando il nulla, fin quando la pista tracciata dalla carovana disegna un percorso su quella distesa senza fine.

Sullo straniamento e l’indifferenza dei non luoghi è già stato detto molto, del senso di precarietà conferito dal passaggio, dal movimento, dal mancato incontro di “individui senza volto che si sfiorano senza parlarsi”.

Un aeroporto, luogo delle brevi soste e delle attese, consacra il suo ruolo in un grande corpo che si leva in volo separandoci da un provvisorio luogo senza farsi esso stesso luogo, senza generare – a bordo – quella comunità che si aggrega nella stiva della nave. Quel tempo necessario alla nostra modernità, il tempo del volo, è il tempo del non luogo, forse condizione ineludibile per desiderare il luogo, la terra, la casa, qualunque terra e qualunque casa, qualunque luogo sia stato segnato dal cammino e dalla vita di un’impronta.

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Questa voce è stata pubblicata il 11 aprile 2005 da in Jorge Luis Borges, Marc Augé, Marco Polo, Paolo Di Stefano, Samuel T. Coleridge con tag .

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