Squilibri

Leggo per legittima difesa. E per trovare domande

Uomini e libri

Aveva letto, voltato le pagine, divorato carta; ah, e là
dietro, dietro l’infame muro di libri c’era stata la vita,
cuori erano bruciati, passioni si erano scatenate, sangue
e vino erano corsi, erano accaduti l’amore e il delitto
“.
(Herman Hesse, L’uomo con molti libri)

Ho un riverente rispetto per le biblioteche, ma soprattutto un’attrazione sopra le righe.
“Fanno” casa, parlano di chi ha scelto, ordinato, vissuto quei libri.
Respirano e profumano di assenze e presenze.
Sono doni di sé fatti e ricevuti, frammenti di voci e vite strappati a viva forza alla dispersione.
Finestre spalancate in cui aria e luce irrompono incontenibili, o persiane appena accostate perché filtri goccia a goccia un chiarore che non disturba il dormiveglia.
Sono corpo vivo e pulsante, miniera illimitata di indizi dentro e fuori le pagine.
Che le “dimore dei libri” siano di carta, o di celluloide, o inventate, custodiscono memoria e verità.

Quella dei Finzi-Contini, ad esempio, era forse meno affascinante del loro giardino?
È ciò che il protagonista scopre quando, cacciato da tutte le biblioteche di Ferrara in quanto “non ariano”, si vede mettere a disposizione gli oltre ventimila volumi collezionati con passione e competenza dal professor Ermanno, padre di Micòl. E frequentare quelle stanze, soffermarsi su quelle rilegature, toccare quelle pagine, significa per lui prolungare il sogno dell’amore tragico e impossibile per la ragazza che lo attrae e gli sfugge.

Come il narratore di Bassani, hanno passato ore decisive in biblioteca Julien Sorel, il contraddittorio eroe di Stendhal, e il principe di Salina, il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa.

Mondo a parte, la biblioteca, la cui soglia non si può varcare impunemente.
Se ne accorge Netocka Nezvanova, protagonista dell’omonimo romanzo giovanile di Dostoevskij, orfana, sola al mondo e frequentatrice clandestina della biblioteca dei propri benefattori.
Come pure se ne accorge una lettrice compulsiva come Belle, nel cartone animato Disney, quando viene finalmente ammessa nella grandiosa biblioteca che ai suoi occhi rappresenta il più prezioso tra i tesori che la Bestia conserva nel suo maniero incantato.

Luoghi fascinosi, le biblioteche della letteratura e del cinema, non meno di quelle della nostra vita quotidiana.
Ma anche luoghi molto pericolosi, dove il Male è in agguato nei suoi recessi più reconditi e minaccia costantemente di rivelare il suo volto.
Arriverebbero forse da qualche parte i detective del tenebrosissimo Seven se prima non passassero in biblioteca per consultare le opere di Dante e controllare l’elenco dei prestiti?
E, ugualmente, quanto ci avrebbe messo Guglielmo da Baskerville a sbrogliare l’insanguinata matassa dell’abbazia benedettina de Il nome della rosa senza intestardirsi sullo scriptorium e sui suoi libri, destinati a bruciare in un terribile incendio catartico?

Le biblioteche non intimoriscono solo Charlie Brown, insomma, colto da ripetuti attacchi di panico ogni volta che si tratta di varcare le loro porte.
Forse perché esprimono luoghi che respirano di infinito e ne parlano sommessamente la sua lingua sfuggente, come prescrive Borges in uno dei suoi racconti più famosi. Luoghi dei quali neanche il custode più esperto conosce estensione e contenuto.
Quasi un’identità tra libri e uomini, quanto alla possibilità di capire e conoscere.

Proprio per questo, in definitiva, una biblioteca può addirittura fare a meno dei libri, come suggeriva mezzo secolo fa Fahrenheit 451, favola per molti aspetti profetica che racconta di un mondo che odia i libri e li distrugge. Un mondo nel quale – però – un drappello di uomini coraggiosi continua a imparare a memoria i testi che non trovano più posto sulla carta.

Una comunità di uomini-libro, carne della memoria a sfidare il potere, la più straordinaria e indistruttibile delle biblioteche.

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