Squilibri

Leggo per legittima difesa. E per trovare domande

Libri e vite

Era un tempio tenebroso, un labirinto di ballatoi con scaffali altissimi zeppi di libri, un enorme alveare percorso da tunnel, scalinate, piattaforme e impalcature: una gigantesca biblioteca dalle geometrie impossibili. Guardai mio padre a bocca aperta e lui mi sorrise ammiccando.
«Benvenuto nel Cimitero dei Libri Dimenticati, Daniel».

Ognuno sceglie il libro da cui viene scelto.
Il libro della propria vita, quello destinato a segnarne o cambiarne per sempre il corso, esiste. Meno semplice è capire se siamo noi a cercarlo o se è lui a trovarci.
Daniel, che conosciamo bambino mentre si appresta insieme al padre – libraio antiquario – a varcare la soglia del Cimitero dei Libri Dimenticati, nello strappare L’ombra del vento all’oblio e nel sentire le sue pagine palpitare come una farfalla che avesse riacquistato la libertà, non ha dubbi:

ebbi la strana sensazione che quel libro mi avesse atteso per anni, probabilmente da prima che nascessi.

Libri e uomini finiscono ancora una volta per assomigliarsi al punto di coincidere, di incastrare perfettamente il loro reciproco sentire come un battito capace di scandire all’unisono il tempo, annullando ogni coordinata.

Questo luogo è un mistero, Daniel, un santuario. Ogni libro, ogni volume che vedi possiede un’anima, l’anima di chi lo ha scritto e di coloro che lo hanno letto, di chi ha vissuto e di chi ha sognato grazie ad esso. Ogni volta che un libro cambia proprietario, ogni volta che un nuovo sguardo ne sfiora le pagine, il suo spirito acquista forza.

Il luogo, il Cimitero dei Libri Dimenticati, raccoglie migliaia di volumi di cui il tempo ha cancellato il ricordo. Qui, scenario labirintico di un vero e proprio rito di iniziazione alla passione per i libri, dove i sentieri si biforcano e la confusione ingenerata dal senso di sbandamento ci fa rimbalzare alla biblioteca di Borges,

i libri perduti nel tempo, vivono per sempre, in attesa del giorno in cui potranno tornare nelle mani di un nuovo lettore, di un nuovo spirito. Noi li vendiamo e li compriamo, ma in realtà i libri non ci appartengono mai.

Siamo in una Barcellona misteriosa e spettrale, “cielo grigio e sole di rame”, fuori stagione e dentro il tempo della sua Storia più oscura.

Siamo in un libro senza titolo perché esso appartiene al libro che vi è dentro, il libro incantato miracolosamente scampato alla dannazione del fuoco insieme al suo autore – Juliàn Carax – scrittore maledetto i cui libri sono stati tutti bruciati con inusitato accanimento. Entrambi, libro e autore, redivivi dal loro spazio e dal loro tempo, entrano nella storia e nella vita della voce narrante condizionando e confondendo gli eventi, inclinando i piani, facendo slittare le sequenze, amplificando le coincidenze e scrivendo – di fatto – un metaromanzo.

Non è un caso che Daniel, da loro irresistibilmente attratto fino a mettersi sulle tracce del mistero, sia attraversato da accadimenti perfettamente sovrapponibili a trascorse vicende di Juliàn. O che suo padre assecondi le sue aspirazioni di scrittore regalandogli la tanto agognata penna stilografica già appartenuta tanto a Victor Hugo quanto (ignorandolo) a Carax stesso.

Non è un caso, ma proprio il libro nel libro e le atmosfere trasfigurate e inquietanti di una città altrimenti solare e rumorosa, e invece dipinta in toni crepuscolari avvolti da nebbie densissime e annegati nella pioggia battente, mi hanno fatto pensare alla Taverna del doge Loredan, al suo libraio e al suo manoscritto che improvvisamente si lascia trovare lì dove nessuno si era mai accorto fosse.

Anche qui è una storia di spettri, di voci, amori, paure, vendette, dolori, passioni che tornano dal passato e dilagano nel tempo del farsi della scrittura e della nostra lettura, qui, ora.
Anche qui è danza turbinosa di personaggi, troppi per essere ricordati tutti ma ognuno con un ruolo non secondario nel perfetto incastro di false coincidenze.
Ma soprattutto, anche qui un libro, anzi, il luogo incantato in cui i libri dimorano per sfuggire alla inevitabile sentenza di morte, si fa espressione di una grande utopia e luogo reale in cui il libro e la vita sono destinati ad incontrarsi per non lasciarsi mai più.

I miei libri (che ignorano che esisto)
sono parte di me come il mio viso
di tempie grigie e di grigi occhi
che vanamente cerco negli specchi
e che percorro con la mano concava.
Non senza qualche logica amarezza
suppongo che le parole essenziali
che mi esprimono stanno in quelle pagine
che mi ignorano, non in ciò che ho scritto.
Meglio così. Le voci dei morti
mi diranno per sempre
.

(J.L. Borges)

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Questa voce è stata pubblicata il 22 aprile 2005 da in Alberto Ongaro, Carlos Ruiz Zafon, Jorge Luis Borges con tag .

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