Squilibri

Leggo per legittima difesa. E per trovare domande

Autobiografia di un organo eletto

Prendo atto che del cuore se ne siano dette tante e troppe, e che poeti e filosofi abbiano contribuito senza risparmio di energie. Così, piluccando di citazione in citazione, si arriva a stilarne una sorta di autobiografia dai risvolti per certi versi curiosi e sorprendenti.

A ricapitolare l’antico ci pensò già Rabano Mauro con la triplice definizione nel VI libro del De rerum naturis (“Nam aliquando pro anima ponitur, aliquando pro intellegentia, aliquando pro consilio, et uerbo occulto”): nulla da obiettare sull’anema e core all’unisono nell’amore, in un legame così stretto che se l’odio rodesse l’uno distruggerebbe inevitabilmente l’altra (dire “uomo senza cuore” non è forse apostrofe che danna l’anima?).

Tra i più alti pensatori, d’altronde, al cuore tocca la più vera intelligenza e di qui, con un sospiro, tutti ci siamo passati.
Un ruolo che lo eleva ben al di sopra di altri organi pure eletti, tanto che con il cuore – e con lui solo – si parla (come fa Charles d’Orleans nel Rondeau 293: “Devenons saiges desormais / Mon cueur, vous et moy”) e – come cosa altra da noi e che in noi ha sede – se ne fa offerta e sacrificio.

E a questo proposito colpisce senza dubbio il tema del cuor mangiato, dominante nella scrittura tragica da Dante (tra sogno e liturgia sacrificale) a Stendhal, un cuore gioiello e zolla, campo arato da amore e solcato nel profondo dal vomere di pena (Petrarca), succhiato avidamente della sua linfa vitale (Baudelaire: “Je suis de mon coeur le vampire”, da L’héautontimorouménos) fino alle estreme conseguenze (Ungaretti: “Stràppati il cuore…”, da È ora famelica).

E se è vero che non si può parlar di cuore senza parlar di sangue e lacrime, che almeno ci si possa consolare pensando che esso contenga ben più di quattro stanze per ospitare “Dio, diavolo, mondo” e tutto ciò che di prepotenza chiede asilo al suo spazio.

“Un cuore che si contenti di spazio e tempo / non conosce, in verità, la sua dismisura”, come suggerisce Angelus Silesius nel suo Cherubinischer Wandersmann (III, 112), più grande dell’universo stesso, e delle irragionevoli ragioni di cui continua – nostro malgrado – a tenerci all’oscuro.

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