Squilibri

Leggo per legittima difesa. E per trovare domande

Placare la Tempesta

I grandi sanno scrivere poesia anche con la scelta di un nome.

È il caso di Miranda, musica con la radice in miror, capolavoro di uno Shakespeare che indica in lei la vera meraviglia da guardare all’interno della storia di Prospero, il mago esiliato dal fratello usurpatore su un’isola sperduta.
Del mago conosciamo gli incantamenti, conosciamo la storia di una tempesta magicamente suscitata per vendicarsi dei suoi nemici, così come lo stregone esule e potente e il suo fedele messaggero Ariel, che vola nell’aria disegnando e invisibilmente tramando il destino degli umani per cui – nonostante tutto – prova compassione pur sapendoli colpevoli.

Miranda è sin dall’inizio lì, nella storia, accanto al padre che compie prodigi, provoca una tempesta, fa sparire una nave, perdere nell’isola i viaggiatori, credere a Ferdinando – figlio del re di Napoli che ha complottato a suo tempo contro di lui – di essere l’unico superstite della tragedia: naufrago e orfano.

È Miranda a compiere un prodigio superiore; a provare pietà di fronte alla nave che si inabissa e per esseri umani che non ha mai visto in vita sua; a chiedere al padre di avere la medesima compassione di ignoti.
E il padre racconta la loro storia, le racconta del complotto, della fuga, della compassione del cortigiano Gonzalo, della mano del Cielo che fece in modo che la nave senza vele e con gli alberi spezzati si arenasse su un’isola piuttosto che schiantarsi sugli scogli, salvando e garantendo la vita a padre e figlia. Una storia che fa capire a Prospero – assoggettato infine all’inchino riverente alla saggezza – quale magia superiore a tutte le arti negromantiche e ad ogni scienza alberghi nella sua bambina, la stessa che consentirà l’amore ricambiato verso il figlio del re nemico, che muterà la storia dalla vendetta al perdono: amore come miracolo, dono e nutrimento che rendono effimera qualsiasi bacchetta magica data in prestito, ancorché spezzata e restituita al mare.

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Questa voce è stata pubblicata il 28 aprile 2005 da in William Shakespeare con tag .

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