Squilibri

Leggo per legittima difesa. E per trovare domande

Il giardino luminoso

Cosa accade se una donna racconta di una donna che racconta di una donna?

Accade che un libro si intitoli Le voyage de Bilqîs, e restituisca il nome nientemeno che alla biblica regina di Saba. Ma accade anche che la sua storia, la sua infanzia trascorsa ad apprendere l’arte del buon governo dal padre tra solitudine e dubbi, la sua ascesa al trono, la nascita di una curiosità spirituale e intellettuale che la spingono ad attraversare il deserto solo per incontrare l’uomo di cui si decantano saggezza e ricchezze – Salomone, il cui Dio, sembra, ha fatto scoprire a tutto un popolo il senso della parola misericordia – venga reinventata e ritessuta da Silvia, moglie di Piero della Francesca, colui che nelle storie della Leggenda della Croce in S. Francesco ad Arezzo le conferì forma e parvenza di eternità.

L’edizione italiana ha tradotto il titolo in Il giardino luminoso, riecheggiando l’ammirazione dannunziana per Piero e fornendogli anche un sottotitolo inequivocabile, che porta in primo piano gli ideali protagonisti del viaggio e fa di Silvia una voce fuori campo. Poco male.
Silvia è la chiave della storia, ne regola il ritmo dosando con sapienza la reinvenzione di fatti e personaggi, presta la propria voce alla magia dell’evocazione.
Silvia racconta una storia a puntate, seduta accanto al fuoco, con l’obiettivo prioritario di trattenere presso di sé l’uomo che ama e distoglierlo dalla tentazione di una partenza alla volta di Roma e di possibili committenze papali. Le sue parole risuonano nella loro dimora di Borgo Sansepolcro, suadenti, ammalianti, evocatrici, spogliate di ogni alone leggendario, lievi ma possenti nel restituire la bellezza della regina e la luminosità del suo volto chiaro innescando nel pittore – tra slanci, esaltazione e passione divorante – il tormentato processo di elaborazione creativa.
Due donne, per mano dell’autrice, vivono l’una attraverso l’altra: Bilqîs grazie alla magia delle parole, e Silvia – nonostante la prematura condanna della peste – grazie a quella del pennello, mentre i loro destini si incrociano e le loro voci si rispondono reciprocamente.

E mentre Silvia ritesse e reinventa questo racconto mitico, i colori degli abiti, la caduta di un tessuto, la sinuosità di un corpo, le tonalità di un deserto si disegnano sotto gli occhi di Piero, si abbozzano a carboncino nella sua immaginazione e nel suo spirito rigorosamente geometrico.
Al di là della poesia del racconto Aliette Armel scrive con la resa pittorica di Piero, in uno stile limpido e preciso, ma soprattutto disegna il suo travaglio interiore, l’impeto a tratti sanguigno dei suoi pensieri e il filo dei suoi ragionamenti, tutti in tensione verso il compimento della pittura: trovare il miglior angolo di visione, captare ombra e luce, rendere la profondità di una scena…
Quando la realtà riprende brutalmente il sopravvento, l’artista – lui che tenta di trasformare il reale ricreando l’armonia pura – si ritrova smarrito. Parallelamente, Bilqîs – grazie al suo pellegrinaggio imprevisto ma salvifico – prende coscienza anch’essa della realtà attraverso il dolore dell’abbandono di un Salomone stanco del suo fascino fisico e intellettuale.

E lì, dove Oriente mitico e Rinascenza italiana si congiungono e mescolano le loro acque dibattendosi tra gioia e dolore fino a fronteggiare la morte, sopravvengono dolcezza e speranza a chiudere – con una nascita inattesa, un incontro che trascende spazio e tempo, giorno e notte, sospeso in una dimensione che lo rende indistruttibile – il cerchio dei destini incrociati.

[È una storia di amore e di passione. Leggere attentamente le avvertenze, può avere controindicazioni, ma non ho sbagliato a farne dono a lei]

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Questa voce è stata pubblicata il 30 aprile 2005 da in Aliette Armel, Gabriele D'Annunzio, Piero della Francesca con tag , .

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