Squilibri

Leggo per legittima difesa. E per trovare domande

Requiem per un albero

Nessuna situazione mi pare più tragica, più offensiva per il cuore e per l’intelligenza, di quella di un’umanità che coesiste con altre specie viventi con le quali non può comunicare… Un tempo, la natura stessa aveva un significato che ognuno, nel suo intimo, percepiva. Avendolo perso, l’uomo oggi la distrugge, e si condanna.

(Claude Lévi-Strauss)

Un libro può essere un pretesto per spalancare una finestra su tutt’altro, e – scavando dietro le immagini che ci offre – diventare uno spunto che si incastra alla perfezione con le metafore della nostra vita.

Non se ne avrà a male per quest’uso egoista non del tutto in conflitto con il suo spirito: chiederà attenzione – è vero – ma sarà il minimo dei ringraziamenti possibili per aver trovato un appiglio alle infinite coincidenze tra noi e la natura.

Requiem per un albero è un libro che – appunto – parla di un albero: un grande olmo (chiamato l’Alberón) che sorgeva nel paese di Tomo, in provincia di Vicenza:

Era un cumulo davanti agli occhi di verdi forati da luci azzurre. Il tronco, cinque metri di circonferenza. Corteccia grigiobruna e muschio a macchie. Tre rami, come alberi normali. In su, una cascata di rami e rametti barocchi. Foglie pesanti. La chioma, quindici, venti metri. Qualche ramo dei più alti ingrigito, scortecciato da frustate di fulmine.

Inizia con la sua caduta:

Un colpo di vento e il terreno inzuppato di pioggia sono bastati a buttare giù l’Alberón. Ma sembrava più solido della roccia. Una frana di tuono, senz’altro, ma che nessuno ha sentito. L’Alberón è rimasto rovesciato, le radici nude alle intemperie, i rami alti, che non vedevi, spezzati sull’erba fresca, avviliscono. Il pomeriggio del 4 maggio mi sono trovato davanti a un gigante antico, al suolo.

mentre un atto d’amore corre tra le pagine, dall’inizio alla fine, memore della più nobile mitologia degli alberi: è la storia di ogni albero e di ogni paesaggio tagliato quella che si dipana proprio attraverso l’atto di raccontare l’albero di cui si contano malinconicamente gli infiniti cerchi concentrici resi più intensi dal tempo – lungo e lento – di cui la vita ha necessitato per farlo crescere, e che la corteccia ha vanamente protetto da possibili letali ferite inferte dal corso degli eventi.

Non si può fare a meno di pensare, entrando nella metafora, quanto tempo per farsi le spalle robuste, e quanto poco per essere tagliato. Come ogni cosa.

Così, alla fine, incanto e disincanto si combattono. Sarà un’incoerenza… Ma: senza l’incanto, sarei mai stato ore e ore intorno a un albero crollato? E, senza il disincanto, avrei mai contato gli anni/anelli del tronco?

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Questa voce è stata pubblicata il 3 maggio 2005 da in Claude Lévi-Strauss, Jacques Brosse, Matteo Melchiorre con tag .

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