Squilibri

Leggo per legittima difesa. E per trovare domande

Geni e igiene

Leggendo ultimamente quanto scritto da Giuseppe Scaraffia (“Operazione penne sporche” nell’inserto domenicale de “Il Sole-24 ore” del 20-3-2005 a p. 29) a proposito delle curiose abitudini di celebri scrittori, non ho potuto fare a meno di sorridere.

Sfilano infatti tra le righe parecchi “pezzi grossi”, da Balzac a Bukowski, passando per Leopardi, Rimbaud, Céline, la Mansfield, Ungaretti… Tutti accomunati da un insolito neo: l’allergia al sapone.

Il pretesto “ufficiale” è introdurre un volume fresco di stampa (Romanzo di amore e di sporcizia) che viaggia gaiamente dentro i luridi amori di Arthur Munby – avvocato e scrittore vittoriano irresistibilmente attratto da cameriere impegnate in lavori particolarmente sporchi – fino al capolinea, rappresentato da Hannah, specialista e polivalente, dal letame delle scuderie alla fuliggine dei camini.

In realtà, oltre il pretesto, la penna affonda crudelmente alcuni mostri sacri sorprendendoli in impronunciabili manchevolezze in fatto di abitudini igieniche: Leopardi non faceva mai il bagno, Rimbaud aveva i capelli pieni di pidocchi, Céline veniva scambiato per un clochard, la Mansfield usava profumi volgari e Ungaretti…

Apprendiamo così di un Balzac titubante che nel 1837 confida “…Appena avrò finito di scrivervi, farò il mio primo bagno, non senza timori…” in un periodo in cui – per l’intenso lavoro – pare non si lavasse e non si radesse da un mese, rendendo giustizia alle infinite macchie delle sue giacche e ai capelli unti ed irti.

L’articolo gli accosta subito Leopardi, il poeta che “mai di lavarse ebbe diletto”, anch’egli dunque – pare – riluttante al bagno purificatore, del quale Antonio Ranieri in Sette anni di sodalizio con Giacomo Leopardi denuncia la deprecabile abitudine di detestare il cambio di biancheria.

Per poi proseguire il viaggio attraverso gli strappi e le macchie di Restif de la Bretonne, detto il Gufo, o le mani sporche (come la sua parrucca grigia) di Samuel Johnson, anch’egli dichiaratamente allergico – per sua legittima ammissione – alla biancheria pulita. In tutto ciò, si dice che Schopenhauer fosse pessimista anche sull’utilità del sapone.

Rimbaud coltivava pidocchi divertendosi a spolverizzarli sugli antipatici che avevano la ventura di incrociare il suo cammino; per amore suo, Verlaine aveva smesso di cambiarsi abiti e stivali infangati, ma con il disamore – non potendo il primo dimenticarsi spazzolino e biancheria – lasciò dietro di sé molta nostalgia ed un esercito di pulci.

A fuggire da lenzuola di colore improbabile e innaturale ci pensò Méry Laurent, prosperosa e mantenuta signora amata da Mallarmé, mentre la costernazione di un’ex amante di Ungaretti è palpabile mentre scrive ad Apollinaire: “Ho appena ricevuto una poesia da Ungaretti, che mi ama e che trovo sporco e privo del minimo talento”.

Virginia Woolf non fu d’altronde tenera con Katherine Mansfield, incontrata per un tè e vivacemente deplorata per odorare “come uno zibetto che si sia messo a battere il marciapiede”, il tutto sommato alla constatazione di cattivo gusto in fatto di scelta di abiti e profumi.

Di Céline si è accennato: sembrava un clochard, usava spaghi come cinture, indossava abiti sformati a brandelli sotto un impermeabile giallo di colore e di macchie (d’olio), guarnito di sciarpa dal colore incerto.

E su Bukowski vorrei sorvolare, o tentare di rendere solo l’idea, filtrando attraverso eufemismi le parole di un’amante che lo definì un vero sciattone, capace di presentarsi con il moccio al naso e i capelli incollati alla scatola cranica, in mutande e canottiera…

Sì, questa carrellata mi ha fatto sorridere, come sempre accade ridimensionando i monstra colti nella più difficile e scricchiolante quotidianità. E forse aveva proprio ragione Somerset Maugham quando affermava che nel separare gli uomini, più della nascita, del censo o dell’educazione può una doccia.

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Questa voce è stata pubblicata il 5 maggio 2005 da in Antonio Ranieri, Diane Atkinson, Giuseppe Scaraffia con tag .

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