Squilibri

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Gita ai fari

gita-ai-fariQuando il prof. Ramsay, James e Camelia arrivano al faro, a distanza di dieci anni dalla prima intenzione, la storia di Gita al faro si compie: riaffiorano i sentimenti inespressi, migliorano i rapporti interpersonali ma, soprattutto, Lily Briscoe termina finalmente il suo quadro toccata dalla grazia di una visione, del sogno di qualcosa che non c’è più ma ritorna vivido nel momento in cui l’obiettivo che sembrava impossibile viene finalmente raggiunto.

Inutile dilungarmi sul senso e il simbolo di cui i fari sono portatori, con il loro essere “al confine”, tra terra e mare, e cielo, metafora di luce nella notte, solitudine emblematica e fiera, segno di silenziosa presenza umana in un paesaggio fluido e non misurabile.

Inutile dire quanto mi affascini la notizia che vede “censiti” dal taccuino e dall’acquerello circa novanta fari progettati e costruiti dalla stirpe di Robert Louis Stevenson, pecora nera che osò snobbare l’attività di famiglia preferendo ad essa la scrittura: poco male, visto che alla sua morte Henry James lo ricordò per aver “illuminato un’intera parte del globo” assimilandolo di fatto nella metafora agli oggetti del contendere che evidentemente portava nel sangue.

Da questo censimento amorevole, realizzato da Giorgio Griffa ripercorrendo le rive e le isole scozzesi, sono nati un libro ed una mostra che ricostruiscono una saga lunga 150 anni, alla luce struggente e fascinosa della quale si rilegge non senza emozione molto dello stesso Robert Louis, che di quei mari illuminati ad intermittenza dalla scintilla dei fari portava nella sua scrittura l’impronta indelebile sigillata nel senso della terra, anelata, temuta e infine anche rimpianta.

[…] così
mi avvicino,
incerto,
così incrocio
la tua isola ignota
e non approdo,
e scruto
la risacca e le grandi montagne
e le barriere sonore dei fiumi,
e dalla spiaggia sento
voci da terra,
chiamare.
Strano è il cuore del marinaio:
spera, ha paura,
si spinge più vicino
e vira al largo della costa,
infine raddobba la vela lacerata,
e volge
la prua spaccata verso l’oceano,
inverte la rotta sconsolato.
E ancora,
mentre si allontana fisso al timone,
misura ogni metro
e ogni corrente di quell’isola chiara
dove ha avuto paura di toccare.

[…] e per anni quando sogna […]
torna a visitarlo la terra persa,
in forma di pensiero, e vede
le montagne eterne con gesti muti
chiamarlo, e si sveglia e un’infinita nostalgia
lo prende per quella casa lontana
che poteva essere
[…]

(R.L. Stevenson, da Underwoods)

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Questa voce è stata pubblicata il 9 maggio 2005 da in Giorgio Griffa, Robert L. Stevenson con tag , .

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