Squilibri

Leggo per legittima difesa. E per trovare domande

Città, occhi, sogni

Dopo aver marciato sette giorni attraverso boscaglie, chi va a Bauci non riesce a vederla ed è arrivato. I sottili trampoli che s’alzano dal suolo a gran distanza l’uno dall’altro e si perdono sopra le nubi sostengono la città. Ci si sale con scalette. A terra gli abitanti si mostrano di rado: hanno già tutto l’occorrente lassù e preferiscono non scendere. Nulla della città tocca il suolo tranne quelle lunghe gambe da fenicottero a cui si appoggia e, nelle giornate luminose, un’ombra traforata e angolosa che si disegna sul fogliame.
Tre ipotesi si dànno sugli abitanti di Bauci: che odino la Terra; che la rispettino al punto d’evitare ogni contatto; che la amino com’era prima di loro e con cannocchiali e telescopi puntati in giù non si stanchino di passarla in rassegna, foglia a foglia, sasso a sasso, formica per formica, contemplando affascinati la propria assenza
.

Se il senso e la luminosità di un libro “simmetrico” vanno cercati nelle sue pagine centrali (ecco allora Bauci, immagine emblematica dell’assenza e dell’invisibilità), allora è possibile che vi siano libri dotati di molti sensi.
Libri in cui il centro è ovunque, e dappertutto – tra le pagine – si succedono incipit e conclusioni non meno validi di quelli che precedono e seguono. Libri la cui geometria azzera ogni pratica di acquisizione lineare per coincidere finalmente con i meccanismi reticolari della nostra mente e gli itinerari del pensiero. Sono libri che non hanno casa, sempre fuori posto perché sempre riaperti senza necessariamente dover ricominciare dalla prima pagina, lontani dall’angoscia e prossimi alla fantasia di chi legge.

Sono libri che parlano di viaggi, trasformando in paradosso un percorso che dovrebbe contemplare almeno due riferimenti certi come la partenza e l’arrivo, mentre invece si tratta di una manciata di appunti volanti tenuti insieme dal filo del racconto e da quello dell’ascolto.

Marco Polo descrive un ponte, pietra per pietra.
– Ma qual è la pietra che sostiene il ponte? – chiede Kublai Kan.
– Il ponte non è sostenuto da questa o da quella pietra – risponde Marco – ma dalla linea dell’arco che esse formano.
Kublai Kan rimane silenzioso, riflettendo. Poi soggiunge: – Perché mi parli delle pietre? È solo dell’arco che m’importa.
Polo risponde: – Senza pietre non c’è arco
.

Come Le città invisibili, fuga letteraria in luoghi mentali e virtuali costruiti intorno alla forma del tempo e su un immaginario poliedro, con un numero di conclusioni pari a quello dei suoi spigoli ed una qualità di dati reali pari alla qualità delle paure e dei desideri, dunque dei sogni.

Un libro (io credo) è qualcosa con un principio e una fine, è uno spazio in cui il lettore deve entrare, girare, magari perdersi, ma a un certo punto trovare un’uscita, o magari parecchie uscite, la possibilità d’aprirsi una strada per venirne fuori.

Il raccontarle realizza il miracolo di restituire ai fogli sparsi nel labirinto una struttura compiuta, la cui strada taglia l’infinito temporale e spaziale dei luoghi abbozzando la possibilità di una riflessione risolutiva che salvi dalla dispersione la loro memoria, i loro desideri, i segni del linguaggio e dell’incantamento.

L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.

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Questa voce è stata pubblicata il 15 maggio 2005 da in Italo Calvino con tag .

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