Squilibri

Leggo per legittima difesa. E per trovare domande

Il tramonto in una tazza

Mi era già capitato qui di scrivere due righe su di lei, mi càpita spesso di leggerla come leggessi i fogli sparsi e sfuggenti che mai in vita aveva raccolto e pensato di far uscire dai confini ristretti del suo mondo fisico.

Ma, appunto, amo leggerla pur senza condividere fino in fondo la sua icona vestita di bianco, figlia di una paura della luce che si fece quasi cecità, o almeno impossibilità di scorgere le ferite inflitte dal taglio dei chiaroscuri della realtà.

Amo leggerla senza amare la sua volontaria e caparbia segregazione in un universo fatto di stanza, casa e giardino da cui reclamava quella risposta – mai giunta – da parte del mondo ed esortava a spazzare quei cocci del cuore che lei stessa lasciò sparpagliati sulla terra continuando a camminare a piedi nudi. Perché è una segregazione inesorabile, senza lacrime, senza pietà di sé.

Non amo la sua scelta di toccare fugacemente la vita credendo – pur fortemente – che potesse bastare pensarla con impetuosa intensità nelle sue rigorose scansioni ritmiche, nelle sue assonanze, nelle sue sintesi concettuali allontanandola oltre il giardino in una – seppur legittima – estrema e disperata difesa dall’ampiezza dei suoi orizzonti.

Leggo e amo il suo mistero e le sue contraddizioni, tra avvicinamento e fuga, bisogno di amare e necessità di respingere le possibili devastazioni di questa dolcezza, fermezza nel serrare le sue porte e tentazione di aprirsi ad un’ultima possibilità.

La immagino come una mano bianchissima tesa a trapassare quel sottile diaframma eretto tra il suo spazio e il mondo, a domandare – in silenzio – le ragioni delle sue stesse parole frantumate, a chiedere – e chiedersi – se valesse davvero la pena versare il tramonto in una tazza senza sapere davvero chi avesse serrato per lei le porte dell’anima.

Portami il tramonto in una tazza
conta le anfore del mattino
le gocce di rugiada.
Dimmi fin dove arriva il mattino –
quando dorme colui che tesse
d’azzurro gli spazi.

Scrivimi quante sono le note
nell’estasi del nuovo pettirosso
tra i rami stupefatti – quanti passetti
fa la tartaruga –
Quante coppe di rugiada beve
l’ape viziosa.

E chi gettò i ponti dell’arcobaleno,
chi conduce le docili sfere
con intrecci di tenero azzurro.
Quali dita congiungono le stalattiti,
chi conta le conchiglie della notte
attento che non ne manchi una.

Chi costruì questa casetta bianca
e chiuse così bene le finestre
che non riesco a vedere fuori.
Chi mi farà uscire con quanto mi occorre
in un giorno di festa
per volare via – in pompa magna.

[Grazie a Marisa per lo spunto offertomi nel suo commento]

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Questa voce è stata pubblicata il 24 maggio 2005 da in Emily Dickinson con tag , .

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