Squilibri

Leggo per legittima difesa. E per trovare domande

Senza parole

Scrive Patrizia:

All’inizio del secondo capitolo del breve racconto, Martin fa un’osservazione bellissima, questa: per queste persone, distinte com’erano, la perdita dolorosa era la perdita di una lingua, il fatto di non poter esprimere quello che avevano dentro. Hai un pensiero sottile e ti viene fuori come un coccio di bottiglia. Riuscivano a comunicare, certo, ma comunicare soltanto era una frustrazione.

Lo straniamento, l’emarginazione, la sofferenza dell’esilio sono resi più cupi quando non si hanno gli strumenti per esprimere compiutamente se stesso e il proprio mondo interiore.

Mentre aggiungo qualche altra nota a margine di quelle già archiviate qui, dove il filo conduttore era rappresentato da chi raccontava.

Selinunte si chiamava così “quando alle cose corrispondevano i nomi”, prima di smarrirne il significato e dimenticarne ogni tonalità emotiva.

All’indomani della cacciata del libraio è solo una città che si sveglia emarginata e smemorata: il sole è alto nel cielo ma non si può dire “giorno”, si esce di casa senza poter dire “strada”, ci si consuma nei sentimenti senza poter dire “amore”… Mancano le parole, e insieme alle parole le sfumature, e con le sfumature i sentimenti, i bisogni, le emozioni. Nulla che alcuno possa più neanche raccontare.

Vedevamo le cose e non sapevamo come chiamarle. Poi venne il peggio: ci mancarono i discorsi, le spiegazioni, ci mancò terribilmente, più di ogni altra cosa, non potere più esprimere i sentimenti. Li avevamo dentro belli, chiari, netti, ma quando tentavamo di esternarli veniva fuori qualcosa che non aveva vita.

Ecco, il pensiero sottile che vien fuori come un coccio di bottiglia su cui rifletteva Patrizia pur in tutt’altro e meno fiabesco contesto.

Una perdita dolorosa – quella delle parole per dirlo – causata dall’insipienza degli uomini e sanata solo infrangendo le regole di una comunità arida e impoverita, ridotta a ritualità automatiche e ripetitive, rassegnata all’accettazione passiva delle cose così come sono.

Io amo Primula. Non posso parlare con lei, e sento questa mancanza come uno strappo, un dolore senza fine. Non mi bastano e non le bastano i gesti, le carezze, gli sguardi: tutto ciò è di una dolcezza animale che riempie solo una minima parte dello spazio comune, come un continuo rispondere senza domande. Come se per dipingere avessi tutto tranne i colori.

Il libraio, forse morto nel rogo della sua libreria, non vendeva i suoi libri dalla copertina blu, bensì li raccontava leggendoli ad alta voce. Scomparse con lui le pagine e le cose, solo Frullo – l’unico che aveva perso notti e sonno per ascoltarlo – riuscirà a conservare la sua voce dentro, e il significato delle parole, mentre l’intera Selinunte dovrà affrontare l’angoscia di vivere in un mondo privo di sfumature, dove non ci sono più strumenti per esprimere i propri sentimenti e i propri sogni.

Io devo svegliarla, Primula. Devo continuare a ripeterle e ripeterle e ripeterle queste voci che parlano di uomini e di vita: ci sarà pure un angolo, un anfratto nella sua mente in cui riconoscerà, collegherà, farà sua una di queste parole: e allora ricomincerà qualcosa, ricomincerà tutto…

[Grazie, Patrizia. Si comincia da un pensiero e si finisce per riconoscerlo e ricordare tutt’altro]

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Questa voce è stata pubblicata il 27 maggio 2005 da in Roberto Vecchioni con tag .

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