Squilibri

Leggo per legittima difesa. E per trovare domande

L’uomo del crepuscolo

Spaesato e straniato, in un modo tanto radicale quanto da lui stesso insostenibile, Rilke lottò tutta la vita con se stesso e contro se stesso alla ricerca di una rinnovata lingua poetica.
Fu un Buddha incompiuto, privato della pace del Nirvana, avendo scelto di amare e nel contempo disperare, perdere, allontanare da sé, espiando la perduta innocenza che porta a temere la morte impedendo di non lasciarsi sfuggire la vita.

Non il caso, né la vita in sé minarono i suoi sogni, ma la scelta consapevole di essere “puro e cieco strumento” della sua arte, di svuotarsi per far sì che le cose fossero nel cuore della parola, salvate dal suo affetto.
E il suo cuore? Trasformato in una torre, e lui solitario ad abitarvi la sommità, lontano dall’amore fragile, finito e illusorio perché “in nessun luogo si può restare”, lontano dagli angeli-burattinai adusi a manovrare i fili che mettono in moto il cuore, pericolosissime creature capaci di sentire il “tutto” (diversamente dai comuni mortali, per i quali “sentire è svanire”) e tuttavia – come l’amore – celebrati in versi monumentali nelle Elegie duinesi.

“Ogni angelo è tremendo. E tuttavia, ahimè, / io vi canto”.

Sconcerta il suo dibattersi tra estremi non immediatamente comprensibili, tra un apparente “egoismo” e una forma – a suo modo – di amore assoluto capace di custodire nell’anima svuotata il mondo da lui detto, nominato, riecheggiato, e – per questo – salvato, fatto eterno, al prezzo di continui strappi e di una connaturata solitudine che ne fecero un “uomo del crepuscolo”, abitato da una radicale vocazione al congedo.

“Cara Lou, le cose son messe male per me, quando aspetto qualcuno, ho bisogno di qualcuno, cerco qualcuno: ciò mi spinge ancor di più nel torbido e nella colpa; perché quel qualcuno non può sapere quanto poco in fondo io mi curi di lui, e di quali indifferenze io sia capace”.
(da una lettera a Lou Salomé, 28 dicembre 1911)

È il segno dell’Abschied indicato nelle Elegie duinesi come elemento caratterizzante della condizione umana: “Così viviamo per dire sempre addio“, bruciando in fretta ciò che sappiamo di voler perdere, e quasi si stenta a credere che ciò intenda corrispondere ad uno smisurato amore per il solo fatto di essere qui, Hiersein nel mondo, con una gioia emorragica e dolente, e con una voce che canta e ama le cose perché esse possano conservare un’anima, alla continua ricerca di farsi lingua dell’angelo, abbandonata e abbandonante.

E tuttavia, cacciare albatros, angeli o balene bianche non ha mai reso felici quanto vivere.

[…]
Ancora e sempre, anche se conosciamo il paesaggio dell’amore
e il piccolo cimitero coi suoi nomi che si lamentano,
anche se ci atterrisce il taciturno abisso ove scompaiono
gli altri: ancora e sempre usciamo in due
sotto gli alberi antichi, ancora e sempre ci sdraiamo
in mezzo ai fiori, di fronte al cielo
.

(Svolta, da Poesie sparse)

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Informazione

Questa voce è stata pubblicata il 28 maggio 2005 da in Rainer M. Rilke con tag .

Sto leggendo (o rispolverando)

I libri che ho appena letto:
Stefania's book list (read shelf)

Inserire il proprio indirizzo email per iscriversi a questo blog ed essere avvisati via mail della pubblicazione di nuovi articoli.

Segui assieme ad altri 114 follower

Pagine sfogliate da

  • 146,995 lettori squilibrati

Tanto per contare…

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: