Squilibri

Leggo per legittima difesa. E per trovare domande

Sulla strada

pellegriniRiecheggiava sul mare il vangelo cantato in lingua greca. Il mare conteneva nel suo abbraccio la moltitudine. Per un attimo si sarebbe potuto credere di essere lì ma anche altrove, in un altro tempo, con il proprio fardello di dubbi e fatiche alleggerito, nonostante tutto, di tutto fuorché della speranza.

La visita papale di ieri a Bari ha riportato in città una moltitudine di pellegrini (sono tante 150.000 persone per una città di 300.000 abitanti…), vere e proprie figure “senza tempo” cui peraltro la città – grazie alla connaturata vocazione a ponte naturale verso Oriente – è da sempre abituata. Pellegrini che avevano fatto tragitti brevi e pellegrini che avevano alle spalle un vero e proprio viaggio; certo, sollevato dalla fatica e dalle incognite di quei tempi in cui si partiva facendo praticamente testamento e alleviato da più moderni mezzi e dalla tecnologia, ma pur sempre viaggio, e strada.

Sono cambiati i mezzi, ma sono rimaste intatte molte tra le motivazioni che spingono gli uomini a farsi viatores e stranieri.

Ho ripensato a quando l’Occidente cristiano era attraversato da quel lungo camino che collegava Santiago de Compostela a Roma e quindi a Gerusalemme, le tre grandi peregrinationes della Cristianità. A quest’asse principale si collegavano un’infinità di tracciati secondari che, nel loro orientamento dal nord Europa verso l’area mediterranea, assunsero spesso il nome di vie francigene, cioè provenienti dalla Francia, ad indicare quindi la vasta area oltralpina nella quale si sviluppò la rete più complessa di collegamenti diretti verso il camino principale. L’itinerario italiano della via Francigena si collegava, nel Medioevo, principalmente con la più meridionale delle vie francesi, detta via Tolosana, a sua volta inserita nel camino di Santiago.

Tutto il sistema ruotava attorno alle tre grandi mete, distinguendo il camino dalla via Romea e dall’iter Gerosolimitanum, anche se spesso i percorsi coincidevano sovrapponendosi. Poiché la strada, nella sua concretezza antropologica e topografica, altro non era che un flusso di pellegrini diretti verso una meta piuttosto che verso un’altra: guardando alla Terra Santa, il cammino dei fedeli si snodava verso sud, toccando Roma per poi proseguire alla volta di Gerusalemme e della Palestina; rispetto al camino de Santiago, che almeno dal XII secolo ebbe in Bari e nella basilica nicolaiana il suo capolinea, l’intera rete itineraria – ripensata nell’ottica del pellegrinaggio – si rovesciava, aprendosi all’Europa.

Nell’orizzonte del pellegrino medievale chiese, oratori, ospizi e quant’altro, insieme con i principali itinerari diretti ai luoghi santi, costituivano altrettanti punti di riferimento di una complessa mappa che abbracciava i vastissimi territori della comune spiritualità cristiana. Al pari di una costellazione allegorica, la dislocazione delle chiese sul territorio e all’interno delle città diveniva messaggio e guida per il pio viandante che si muoveva sulle tracce della sua meta finale. Molto spesso anche le posizioni reciproche degli edifici sacri dedicati a questo o a quel santo sono state interpretate alla luce della loro ubicazione e direzione rispetto alla via di pellegrinaggio, così come i rimandi figurati presenti all’interno degli edifici stessi. Si è parlato di una sorta di “mentalità riassuntiva” tipica del contesto del pellegrinaggio, in base alla quale ogni luogo concreto della devozione finiva per essere microcosmo in cui venivano riprodotti, in modo sintetico, gli elementi rappresentativi del macrocosmo di riferimento.

C’era una forte consapevolezza, allora, di appartenere al medesimo tessuto connettivo, nonché ad un unico grande “sistema” alimentato dal pellegrinaggio che univa i lembi estremi della penisola iberica a quelli italiani e mediterranei, e che riecheggiava anche in contesti apparentemente estranei alla complessa mappa della spiritualità dei pellegrini. Una suggestiva ipotesi indica la persistenza di questi valori simbolici all’interno della nota tavola dipinta da Bartolomeo Vivarini nel 1476 e custodita nella basilica di S. Nicola a Bari.

La pala, che ripropone il tema iconografico della Madonna in trono con Bambino e Santi caro alla tradizione veneta, venne commissionata all’artista dal veneziano Ludovico Cancho al quale, molto probabilmente, si deve la scelta e la disposizione dei quattro santi ai lati della Vergine; a sinistra di chi guarda, san Giacomo Maggiore e san Ludovico da Tolosa (quest’ultimo immortalato anche in una celebre tavola di Simone Martini conservata a Napoli) e, a destra, san Nicola, tutti e tre riconoscibili dagli attributi iconografici; dubbia invece l’identità del santo a lato di quest’ultimo, indicato talora come san Marco (il santo di Venezia, quasi un velato omaggio all’incontro tra le due città adriatiche), talaltra come san Pietro apostolo.

In quest’ultimo caso, la disposizione generale dei personaggi rispetterebbe la dislocazione dei relativi luoghi di riferimento all’interno della geografia sacra, facendo della pala stessa una grande e preziosa “mappa” di pellegrinaggio: da ovest ad est, come nel lungo camino dei devoti, il tracciato simbolico parte da Santiago, percorre la più meridionale delle vie francesi dell’itinerario, per giungere infine – attraverso Roma ed un san Pietro cui è concessa la posizione di primo piano nel rispetto di ogni gerarchia – al capolinea barese, dove ieri Benedetto XVI – al suo primo viaggio da papa – ha riunito idealmente intorno a sé Oriente e Occidente, come accade ormai dal lontano 1087.

[…]
caminante, no hay camino,
se hace camino al andar.

(Antonio Machado)

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Questa voce è stata pubblicata il 30 maggio 2005 da in Antonio Machado, Bartolomeo Vivarini con tag .

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