Squilibri

Leggo per legittima difesa. E per trovare domande

Parola indicibile

bachmann“Allora sappiamo che tutto è stato come è stato, che tutto è com’è e rinunciamo a cercare una ragione per ogni cosa”
(Ingeborg Bachmann, da Giovinezza in una città austriaca, in Il Trentesimo anno)

Quando un paio d’anni fa ho riletto i racconti de Il trentesimo anno parecchi anni dopo la prima volta, non è stato facile uscirne.
In una sorta di cammino parallelo e a tratti coincidente con l’Io scrivente, si facevano palpabili elementi sfuggiti alla prima lettura o – al più – passati in sordina: il disorientamento dei protagonisti che percepiscono improvvisamente lo scollamento tra i nomi e le cose, le loro fughe impossibili, l’ostinata ricerca, la paura e il desiderio di toccare con mano quella verità “di cui nessuno sogna, che nessuno vuole”. E le sciocchezze da niente di cui sono intessuti i rapporti tra uomini e donne, puntualmente individuate perché sia più facile sfuggire loro.

E tutto questo, attraverso una energia linguistica e poetica rapinosa, spinta da un’indagine esistenziale disperata, “al limite” e “tradita” dal limite stesso del linguaggio, insuperabile, infernale.

«La lingua è il castigo. Tutte le cose devono entrare in essa e debbono poi scomparire secondo la loro colpa e secondo la misura della loro colpa».
(da Malina)

La forza dell’utopia, dell'”opera aperta”, di una scrittura che sceglie una direzione piuttosto che una meta, una direzione in cui gli uomini patiscano il loro passato alla ricerca dei valori traditi, perché “il tempo (il tempo dilazionato) non è neutro, lineare scorrere indifferente di istanti, ma è un tempo che esige prese di posizioni, decisioni, un tempo urgente“.

«L’io femminile del romanzo ha subìto tante Todesarten (cause di morte), è stato continuamente ucciso. E questo vale per ognuno di noi. Soltanto ufficialmente si dice che uno s’è ammalato di una malattia, invece non è vero. Prima ho detto “uccisi”, ma mi pare giusto dire assassinati, saremo “assassinati”».
(ibidem)

Il racconto poetico infrange il silenzio che avvolge la scena del crimine quotidiano, illumina la lingua opaca della menzogna, i luoghi interiori e i sentimenti taciuti, non si accontenta di nominare il dolore ma vuole che si veda. Apre gli occhi.
E aiuta, disegnando l’altro volto di sé, prendendosi cura della fragilità e delle tensioni di chi scrive. Unica redenzione a fronte del dolore e della follia cui siamo tutti destinati, la scrittura si accolla l’onere dei tormenti confusi dei suoi protagonisti (e della vita vera), li accoglie, li custodisce amorevolmente “anziché lasciarli deflagrare in mille schegge impazzite”.
In un disperato sforzo intorno all’indicibile, disperato ma mai rassegnato.

Mai gli oggetti si sono ammantati di un simile incanto come quando parlavi tu, mai furono dette parole così alte. Grazie a te la lingua era riuscita persino a insorgere, a diventare ebbra e potente. Sapevi fare di tutto con le parole e con le frasi, con esse ti accordavi oppure le trasformavi, chiamando qualcosa con un nuovo nome; e gli oggetti, che non intendono le parole pari e neanche quelle dispari, quasi quasi si animavano. […] Mai nessuno ha parlato così di se stesso. Quasi vero. Quasi mortalmente vero. Chino sull’acqua, quasi arreso. Il mondo è già immerso nelle tenebre e io non riesco a mettermi la collana di conchiglie. Non ci sarà più radura. Tu diverso dagli altri. Sono sott’acqua. Sott’acqua“.

(da Ondina se ne va)

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Questa voce è stata pubblicata il 6 giugno 2005 da in Ingeborg Bachmann con tag .

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