Squilibri

Leggo per legittima difesa. E per trovare domande

Una canna, ma una canna pensante

Magritte, Portrait of Edward JamesÈ armonia nelle onde marine,
nelle furiose dispute degli elementi.
Melodiosa musica, il fruscio
scorre fra i fluttuanti giunchi.

In tutto è un ordine inviolabile,
e piena consonanza è nel creato;
solo nell’illusoria libertà
ci sentiamo divisi da natura

[…]

La storia de Il giunco mormorante è semplice: un uomo, una donna, un amore provato dalla separazione, dalla lontananza e dal ritrovarsi, il tutto tra le due Guerre, tra Parigi e Stoccolma. Un legame che nasce in una “terra di nessuno, dove l’uomo vive nella libertà e nel mistero“, regolata solo dal tempo autonomo e libero del proprio volersi e non dal nesso causale degli eventi, “un tempo del desiderio che si muove tra l’intensità deflagrante dell’attimo e l’attesa infinita”. Una vita che scorre dapprima parallela e poi fagocitante accanto alla vita visibile fino ad appropriarsi di tutto il tempo e di ogni spazio.

Ognuno di noi ha la propria no man’s land, in cui è totale padrone di se stesso. C’è una vita a tutti visibile, e c’è n’è un’altra che appartiene solo a noi, di cui nessuno sa nulla.[…] L’Inquisizione oppure lo Stato totalitario, sia detto per inciso, non possono assolutamente tollerare questa seconda vita che sfugge a qualunque tipo di controllo, e sanno quello che fanno quando organizzano la vita dell’uomo impedendogli ogni solitudine.[…] In questa no man’s land, dove l’uomo vive nella libertà e nel mistero, possono accadere strane cose, si possono incontrare altri esseri simili, […] oppure nel silenzio e nella solitudine può nascere il pensiero che in seguito ti cambierà la vita, che porterà alla rovina o alla salvezza.

E poi la fine di quell’amore, forse riflesso autobiografico dilagante nella ricerca spasmodica del senso delle cose all’interno di una quotidiana e piatta normalità, una normalità che per un attimo sembra restituire uno spiraglio di proroga al verdetto definitivo, ma che è solo dilazione della sentenza finale. Il tempo di una lucida presa di coscienza, di riappropriarsi e difendere consapevolmente quella parte della vita “di cui nessuno sa nulla”, luogo privato e segreto di ciascuno “non rintracciabile nelle topologie dei rapporti istituzionalizzati e codificati segnati dal dovere”.

La storia viene spinta sullo sfondo, semplificata nel suo evolversi e senza colpi di scena. Perché la riflessione si sposti su quei territori sfuggenti che consentono a malapena un equilibrio instabile. Sabbie mobili della coscienza, eterno martedì della fuga, spioncino che si schiude sulla concessione di un’altra possibilità, cui rispondere con lacrime di gratitudine. Minuti regalati e accolti con stupore che trasformano una nera notte parigina in una bottiglia di vetro verde scuro che tutto contiene, un inchiostro vischioso in trasparenza effimera che sembra voler sciogliere ogni sospeso senza concederne il tempo.

Il tempo che è per sua natura movimento. Non per niente, in russo, per ogni caso della vita pare esista immancabilmente una poesia, anche quando lo spioncino si richiude inghiottendo l’ultima possibilità e la vita riprende il suo corso. E la poesia apre gli occhi, illumina finalmente lo sguardo incolore di un uomo a suo tempo amato che nulla contribuisce a farci amare mentre la storia si dipana sotto i nostri occhi: Ejnar è un uomo che non fa nulla per “raddrizzare la «linea generale» dell’esistenza“, per difendere la “terra di nessuno” condivisa un tempo con la donna amata, aspetta che sia primavera o autunno accettando passivamente l’una e l’altro, senza mai incontrarsi con se stesso “nella libertà e nel mistero“.

Quella poesia illumina anche la virtù di ogni canna pensante, che mormora, protesta, si ribella, l’orgoglio e la svolta di una donna che avrà il coraggio di cambiare e decidere per difendere la sua libertà e il suo mistero, senza più lacrime di gratitudine di fronte alla magnanima concessione di un piccolo tempo dilazionato.
Il coraggio di riprendere il viaggio, ripartendo da Venezia, città che non corre dietro ai treni, svanisce in un attimo, “come se non esistesse, come se non fosse mai esistita“.

[…]
Di dove, com’è nata la discordia?
Perché nel coro universale l’anima
non canta come il mare, e il giunco
pensante mormora, protesta?

E dalla terra alle estreme stelle
non ha risposta fino ad oggi
il clamore della voce nel deserto,
il lamento dell’anima braccata?

(Fëdor Tjutcev, 1865)

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Questa voce è stata pubblicata il 10 giugno 2005 da in Fëdor Tjutcev, Nina Berberova con tag .

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