Squilibri

Leggo per legittima difesa. E per trovare domande

Rinascimento a stelle e strisce (2)

L’uomo che con Melville sfida se stesso e la natura assurgendo al ruolo di mito di fondazione è – naturalmente – il capitano Achab.
Scritto in prosa ma ipnotico e ondivago come un poema, Moby Dick racconta di un uomo che affronta dal baluardo della memoria e dell’esperienza della storia il mondo buio e immemoriale del mito. Un uomo che ha perduto un arto nelle mascelle della grande balena bianca, mostro dei mari, di cui viene raccontato l’odio implacabile verso un Leviatano che è cosa altra dalle balene che lui è abituato a cacciare.

Quello che sembra un affare privato (e non lo è come private non erano le questioni tra Odisseo e i Ciclopi) è invece una questione cosmologica, che vede una parte della persona e del sangue di Achab assimilata per osmosi al sangue del suo nemico. Un nemico – mostro degli abissi, signore del fondo marino, custode di ogni segreto, nascita, morte e rigenerazione – in cui Achab cerca anche l’altra parte di se stesso: li unisce un arto perduto, ed è per questo che il loro incontro mortale sarà anche un incontro d’amore.
Achab e il suo equipaggio periranno misticamente divorati dalla balena; si salverà solo Ismaele, colui che racconta, colui che si imbarca senza una precisa missione, mosso esclusivamente da un’irresistibile attrazione verso il mare. Non una sfida al mistero, bensì l’incanto del mistero: Ismaele torna e può raccontare la terribile esperienza a chi è rimasto a riva.

La letteratura americana, dunque, è fondata dal mito del poeta che attinge ai segreti della natura, che è amore, con Whitman, e dal mito dello scontro tra realtà storica e immemoriale con Melville. Dopo di loro questa cosmologia vede un’infinita gamma di variazioni sullo stesso tema, talora con esiti straordinari: non si comprenderebbe altrimenti la nostalgia swing di Francis Scott Fitzgerald, se non ricordando il canto dell’uccello per la parte di sé perduta, o non si capirebbe l’Hemingway de Il vecchio e il mare e di Addio alle armi prescindendo da Moby Dick, che è metafora del viaggio agli inferi, dove il ventre della balena è il tunnel cieco del fondo oceanico in cui giacciono tutte le risposte.

Diversamente dai grandi viaggi agli inferi della letteratura occidentale, che presumono sempre una partenza onirica o magica, canti soprannaturali come quello di Orfeo o intercessioni divine come nel caso di Dante, il viaggio di Melville nel profondo americano nasce dalla natura e lì rimane. In una natura che non rimanda ad altro se non al proprio mistero: la creaturalità esplosiva del mondo, la stessa che erompe con potenza fluviale negli scritti di Ralph Waldo Emerson, il grande saggista che affascinò Nietzsche e Borges e che riformulò poeticamente tutto il pensiero filosofico, poetico e artistico occidentale.

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