Squilibri

Leggo per legittima difesa. E per trovare domande

L’orrore e la luce

Unica delle tre terribili Gorgoni ad essere mortale, nella mitologia greca Medusa è uccisa da Perseo che le mozza il capo.
Se in vita il suo aspetto era così mostruoso che chiunque posasse su di lei il suo sguardo restava pietrificato, anche da morta riuscì a mantenere le stesse prerogative, tanto che la sua immagine veniva spesso effigiata a scopo protettivo sugli scudi dei guerrieri.

Noi la conosciamo così: attraverso l’espressione stravolta di un viso contratto nei muscoli e sconvolto nell’animo, attraverso quell’urlo muto (sorta di perfetto ossimoro figurato) che esaspera la fisionomia. La maschera dell’orrore è dominata dalla bocca spalancata nell’urlo della disperazione, e l’arte le affida ogni possibile forza evocativa e simbolica.

Dall’orrore al più semplice spavento, passando per ogni altra possibile declinazione e tonalità emotiva, la violenza del patire un sentimento che assale l’individuo senza preavviso si stampa sul viso schizzando ad un picco emotivo tale da trasformarlo in un brevissimo lasso di tempo in una vera e propria maschera.
Orrore, paura, panico, terrore germogliano sulla sorpresa e sull’ossessione, si nutrono di dolore e sforzo, fino a sbocciare sul volto – al di là delle sfumature – attraverso un tratto ricorrente e unificante: la bocca aperta, spalancata in un urlo che sa di spasmo, maschera che predilige il colorito cereo, gli occhi fuori dalle orbite, le sopracciglia inarcate e le narici gonfie. Il tutto associato talora ad un corpo irrigidito o a movimenti disordinati, all’apnea, in una sorta di sospensione dell’attimo tutta concentrata sulla bocca urlante.

Un urlo afono che inghiotte la fisionomia e vomita orrore, nel disperato tentativo ultimo di espellere simbolicamente il male di vivere e le paure più ancestrali.

Pensando al precedente post, Moby Dick ha finito per essere il pretesto per nuove divagazioni. Libro sacro, si diceva, perché il suo oggetto è la ricerca del sacro e l’incontro con il suo orrore e la sua luce. “Orrore e luce sono elementi inseparabili dall’esperienza del sacro: orrificava Medusa con il suo volto, maschera disumana e paralizzante, orrificavano Pan e Dioniso nell’interruzione incantata del tempo, nella fissazione insopportabile dell’istante, il demone meridiano, il meriggiare di Montale, accecava di luce Beatrice al culmine del viaggio di Dante, della sua discesa nel buio, per rendere gloria anche agli assassini e ai traditori, per compiere fino in fondo la misericordia della letteratura, e allo zenit incandescente non c’era orrore, nell’incontro con il divino nel suo splendore, ma luce e basta, accecamento, perdita di memoria e lingua, la versione mistica, religiosa, sapienziale dell’orrore“.
O meglio – conclude Roberto Mussapil’orrore è la forma infantile dell’accecamento per opera della visione del divino, così come l’antipatia, nella sfera psicologica individuale, spesso prelude all’amore“.

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Questa voce è stata pubblicata il 14 giugno 2005 da in Caravaggio, Roberto Mussapi con tag .

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