Squilibri

Leggo per legittima difesa. E per trovare domande

Rinascimento a stelle e strisce (3)

L’occhio è il primo cerchio, l’orizzonte che esso forma il secondo e attraverso la natura questa figura primaria è ripetuta all’infinito. Il cerchio è l’emblema più alto nella cifra del mondo. Sant’Agostino descrisse la natura di Dio come un cerchio in cui il centro è ovunque e la circonferenza in nessun luogo. E lungo tutto il corso della nostra vita stiamo a leggere il senso così traboccante di questa che è la prima di tutte le forme.

È l’immagine che – nei fatti – forma la cultura e lo spirito americani, riformulata seguendo un filo antico – innestandolo su nuove basi – da R. Waldo Emerson, fondatore del cosiddetto Trascendentalismo. È una realtà conclusa ma mobile, quella che immagina il centro degli States nel Texas come nel Nevada, nell’etnia anglosassone come in quella tedesca, italiana, irlandese, messicana, nera.

L’America è una ma tante anime, ha una identità forte che però si interroga e si rimette continuamente in gioco, e in questo radicato senso di appartenenza – fedele e mobile – risiede il germe di libertà sana, di novità rispetto alle certezze eurocentriche e alla staticità dei nostri concetti di appartenenza.

Anche per questo America significa grande cinema in quanto movimento, azione, per questo il jazz non poteva che nascere lì, nero di quel luogo, e Springsteen, e Bob Dylan, Neil Young e Marlon Brando, Marilyn Monroe e Jackson Pollock, Tina Turner e Miles Davis, e Kerouac, e Hemingway… in movimento, perennemente on the road, sulla strada, in cerca di quel centro inesauribile che è ovunque.

Icona perfetta la Mother Road, la R66 scivolata come un nastro di seta tra le opposte sponde dell’oceano, dove Steinbeck ambienta il racconto di Tom Joad e della famiglia di diseredati di Furore, dove le miglia sono macinate dai personaggi del romanzo più famoso di Kerouac e dove – ancora, in tempi recenti – sono in fuga Thelma e Louise. Una strada diventata mito, il mito del viaggio, dell’esperienza del paesaggio esterno che rispecchia e rimanda continuamente a quello interiore, dell’incontro con l’altro viaggiatore in cammino nello stesso senso, in cerca della stessa meta. Un mito che si intreccia con le vite di artisti, registi, scrittori condividendo il medesimo ineludibile richiamo ad un paesaggio ideale disegnato da grandi spazi e distanze a perdita d’occhio, unità di misura che esigono tempo e dedizione ma restituiscono nuove coordinate, e quel senso dello spazio e dell’orizzonte che traspare nella figurazione di Hopper così come nelle colate informali di Pollock.

La suprema poesia di Eliot, l’americano invaghito dell’Europa, i Cantos di Ezra Pound in cui riecheggia lo spirito dei padri fondatori, la caligine delle nebbie sulle baie californiane nelle pagine di Chandler, il grande giallo, la letteratura d’azione, la fissazione dell’evento… tutte voci di un cerchio il cui centro è ovunque.

Quel cinema e quell’avventura di voci erano già lì, nella ghianda in cui – scriveva lo stesso Emerson – è già perfettamente disegnato il bosco.

La nostra vita è un’iniziazione in vista della verità secondo la quale intorno ad ogni cerchio se ne può tracciare un altro; per cui non vi è mai fine in natura, ma ogni fine è un inizio, e vi è sempre una nuova alba al culmine del meriggio, e sotto ogni profondità si spalanca un abisso più profondo.


Mi scuso con chi legge della totale assenza dei links; il post era già scritto ma non ho avuto lo stato d’animo necessario per completarlo. E poiché le biblioteche non son fatte di marmo, ma di uomini (e donne), la saggezza resta in difetto. Stasera è andata così; rimedierò al più presto, anche se non sono queste le cose indispensabili nella vita.

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