Squilibri

Leggo per legittima difesa. E per trovare domande

La terra del ri-morso

Galatina (Lecce), 29 giugno – Una ragazza inscena il ballo della tarantata. Dopo una lunga estenuante danza frenetica e ossessiva, è a terra, muove solo la testa, e i tamburi attorno a lei continuano a battere senza sosta. In passato era un rituale connesso alla cura dal morso della tarantola; un gruppo di uomini con tamburelli, una chitarra, un organetto diatonico suonava di continuo (anche per molti giorni) finché la tarantata, con un ballo ossessivo e ripetitivo, non esauriva la carica del veleno.
Oggi è un rituale per le feste etniche in cui migliaia di persone si incontrano con tamburelli e altri strumenti tipici per suonare e ballare insieme, storditi dal ritmo della pizzica, per giorni e giorni, fino all’ultima notte, la Notte della Taranta.

C’era una volta in Puglia il tarantismo (e forse c’è ancora…), ma della storia e dei libri dotti c’è tempo di raccontare.
Siamo in Salento, fascinoso e arcano finisterrae in cui si respira il profumo grecanico di un Oriente sognato e ormai perduto, terra di suggestioni e destino segnato già in origine dal complesso simbolismo magico-religioso di pitture rupestri e pietrefitte, indice di universi interiori affatto elementari. Un destino di contrasti evidenti, come quello tra le vie contorte dei centri storici – dove ci si perde insieme alla memoria – e le strade diritte che lo attraversano da un capo all’altro avendo come unico orizzonte e fine ultimo il cielo. Un paesaggio in apparenza piano, che all’improvviso ti fa ritrovare sull’orlo del precipizio a picco sul mare…

Raccontare questa terra e ciò che vi accade significa sapere di avere a che fare con un luogo di leggende, di visioni, di suggestioni, in una terra di rimorsi e purificazioni. Lo sapeva bene Ernesto De Martino, lo studioso che negli anni Cinquanta approdò a Galatina per scrivere uno dei suoi libri più importanti, La terra del rimorso, tutto incentrato sul tarantismo, antichissima danza rituale di purificazione nella quale venivano liberati uomini – ma soprattutto donne – colpiti dal presunto morso della tarantola (di solito nel periodo della mietitura). Il ballo doveva essere compiuto fino allo sfinimento mimando l’animale e la lotta contro di lui, il tutto accompagnato dal ritmo ossessivo di tamburelli e violini (la cosiddetta pizzica). Tirando in gioco la psicologia del profondo ma anche la ritualità greca, il culto di Dioniso e la frenesia delle Baccanti, c’era nella sua analisi molto dell’esperienza freudiana applicata alla cultura popolare e ai fenomeni di massa.

I residui di tale cerimoniale arcaico e dionisiaco sono stati assorbiti oggi dalla festa dei SS. Pietro e Paolo, che si celebra a Galatina il 29 giugno (quest’anno arricchita da una mostra documentaria sul tema), ma anche da manifestazioni musicali di alto livello e grande partecipazione. Un recupero fortemente voluto, dopo che intorno agli anni Settanta, man mano che morivano le tradizioni, il fenomeno era arretrato progressivamente e ne era rimasta qualche traccia solo in pochissimi paesi del Salento.

A Galatina, il 29 giugno, giorno dedicato ai santi Pietro e Paolo, ci si radunava sul sagrato della cappella intitolata all’apostolo Paolo, ai margini della cittadina. Era lì che approdavano gli ultimi tarantati del Salento, per lo più donne, dopo breve un corteo processionale, e li si poteva osservare liberarsi progressivamente dei panni e cominciare a lamentarsi e a chiedere grazia. Mentre alcuni suonatori avviavano un ritmo dolce e cadenzato, i tarantati prendevano ad ancheggiare ritmicamente. La musica si faceva allora sempre più frenetica e cresceva fino all’ossessione in quel ritmo che va sotto il nome di pizzica e nel quale si simula la serie di morsi ma anche il serrarsi in assalto e difesa e la lotta che si scatena tra il ragno e la sua vittima.

T’ha pizzicatu
t’ha muzzicatu
la taranta avvilinata.
T’ha muzzicatu sopra la mano
e la minammo luntano luntano.

I malati si abbandonavano a movimenti ondulatori e sussultori del corpo, come in preda a un attacco di epilessia. In camicia da notte o in sottana, tra la folla, scuotendo il corpo e ballando per ore. Un rito solo in apparenza “pubblico”: la documentazione fotografica esistente è da considerarsi un occhio indiscreto e clandestino, perché la gente difendeva il proprio privato e soprattutto viveva con spirito carbonaro il fenomeno, con i complessi e la vergogna di chi non sa fare a meno di rinunciare alle pratiche della cultura subalterna ma sente nel rito qualcosa di non riconosciuto dalla medicina ufficiale.

In questi ultimi dieci anni, esauritosi il valore del tarantismo come pratica medica, è cresciuto l’interesse per l’argomento, per le ritualità connesse, per la storia della sua conoscenza. E in quasi tutto il Salento è riesploso il ritmo della pizzica, come musica connotativa di una condizione e di una identità.
Un’interessante commistione tra culti si verifica a Torrepaduli, dove il tarantismo – invece che ai santi Pietro e Paolo – è legato alla figura di san Rocco con una festa che si svolge non a caso nella notte tra il 15 e il 16 di agosto, dopo la processione del Santo, davanti al santuario dove si scatena una pizzica taranta con tamburelli e con danzatori che simulano un duello, non si sa se per disputarsi l’assenso di una donna o per spartirsi un tesoro. Il rito viene detto “danza delle spade” e le spade altro non sono che le dita aperte dei danzatori, che si affrontano nell’attacco e nella difesa con un ritmo in cui riecheggia – ancora una volta – la lotta tra l’uomo e il ragno letale.

(- continua -)

Sono sempre rimasta fedele alla mia meraviglia: mi meraviglio di un peccato impunito e della grazia inattesa.

(Alda Merini)

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Questa voce è stata pubblicata il 29 giugno 2005 da in Alda Merini, Ernesto De Martino con tag .

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