Squilibri

Leggo per legittima difesa. E per trovare domande

La terra del ri-morso (2)

(- segue -)

Il tarantismo non era un fenomeno che riguardava esclusivamente la Puglia, bensì una più vasta area che si spingeva sino alle porte della Calabria e in Terra di Basilicata.
Il medico lucano Vincenzo Bruno pubblica a Napoli nel 1600 un resoconto intitolato I tre dialoghi – delle tarantole – del vivere e morir bene – dei semplici. Aveva osservato nella campagna di Venosa, terra del poeta Orazio, alcuni braccianti e alcune donne punzecchiati durante la mietitura del grano dalla taranta o tarantola, un ragno che si pensava velenoso e che portava deliquio, vomito, perdita di conoscenza e a volte la morte.
Gli affetti dal male erano però attratti dal suono di strumenti musicali come tamburi, tamburelli e flauti e spesso li si vedeva attraversati da una strana voglia di scombussolare il proprio corpo con una ritmica violenta e sussultoria, come se un terremoto si impossessasse della carne e degli arti.
Un ritmo dolce che si andava facendo via via più sostenuto. Durante i sussulti alcuni di loro recitavano versi dialettali e intonavano canti religiosi. Il Bruno descrisse una ventina di casi, ma i tempi erano feroci e inquisitori per le ventate di naturalismo sovversivo.

Del fenomeno aveva ovviamente già parlato qualcun altro. Il Galateo per esempio ne aveva raccontato nel De situ Japigiae, sebbene l’opera restasse inedita fino al 1561 e girasse solo manoscritta tra gli ambienti intellettuali. Il Castiglione ne aveva accennato nel Cortegiano (1, VIII) e persino uno come il Berni, che mai era sceso più giù di Roma, scriveva con una descrittività poetica fulminante, intorno al 1530, nel Rifacimento dell’Orlando innamorato (l. II, c. XVII, strr. 6-7):

come in Puglia si fa contra al veleno
di quelle bestie che mordon coloro
che fanno poi pazzie da spiritati,
e chiamansi in vulgar tarantulati;

e bisogna trovare un che sonando
un pezzo, trovi un suon ch’al morso piaccia,
sul qual ballando, e, nel ballar, sudando,
colui, da sé la fiera peste caccia.

Testimonianze di fenomeni simili erano vive già dal medioevo e tendevano quasi sempre ad accomunare il delirium tarantulae e il ballo di San Vito. Ne fa riferimento Goffredo Malaterra quando, dopo il 1050, racconta dei compatrioti normanni che vengono assaliti in territorio di Palermo da un’epidemia di flatulenza e meteorismo. Il rimedio è affidato a bevande calde, un esorcismo che verrà reiterato ancora nel 1358 da fra’ Simone da Lentini, per il quale il morsicato da tarantola dev’essere collocato in un forno caldo, affinché col sudore riesca a cacciare via il malanno.

Solo nel XVI secolo Jean Bodin nel quinto libro della Republique spiega che il ballo di San Vito si pratica per guarire i pazzi nel nord Europa, mentre nei paesi del Mediterraneo, Puglia, Sicilia e Spagna, si ha un’altra forma di malessere dovuto alla taranta. Mentre il ballo di San Vito è epidemico e contagia gruppi di pazienti, la taranta è un male individuale, che tocca uno per volta.

I primi a occuparsi del tarantismo da un punto di vista medico sono intellettuali di fine Cinquecento e metà Seicento. La chiesa cominciava intanto a prendere coscienza della strana commistione di sacro e profano e, se nel 1590 il vescovo di Gravina si limita a una semplice descrizione del tarantismo, ai primi del Seicento quelli di Otranto e di Lecce esprimono le proprie preoccupazioni di fronte al pericolo pagano delle pratiche magiche. Fino alla minaccia esplicita di condanna al carcere per i chierici che partecipano o tollerano i riti della taranta espressa nel 1687 da Michele Pignatelli, vescovo di Lecce.

Il tarantismo come fenomeno clinico interesserà la medicina del pieno Settecento, con lunghe polemiche tra chi attribuiva al veleno del ragno mitico la genesi di una vera e propria malattia e i più “moderati” luminari del regno.
A differenza di costoro, i viaggiatori stranieri di quel secolo stentano a descrivere il fenomeno come uno stato di malattia fisica.
Harald Vallerius prima e nel 1756 l’etnografo svedese Marten Kahler cominciano a sollevare dubbi. Il Kahler, in una lettera a Carlo Linneo, sostiene che “a Taranto non passa giorno che non ci si imbatta in questa malattia”. E apertamente dichiara: “Non c’è niente di più falso delle idee che finora ci siamo fatti su di essa, e questo vale in maniera analoga per tutte le fandonie che ci hanno dato a bere le auctoritates”.
Per Kahler c’è una forte componente psichica, se è vero che per guarire occorre una schiera di suonatori attorno al malato. E dello stesso parere sarà il gesuita Louis Abel de Bonafous, che nel 1781 riporta ne L’Esprit de l’Encyclopedie questo giudizio impietoso: “Non crediate che si vedano spesso segni di morso della tarantola in coloro che sostengono di esserne stati presi: è solo un pretesto”. E attribuisce le colpe all’aria afosa e pesante, alla cattiva acqua delle cisterne, alla malinconia della condizione di vita, proponendo come rimedio la gioia, il divertimento, il sudore, la vitalità.

Mentre i festeggiamenti, oggi, continuano e tale rimedio, ancora, funziona…

Demorsi Appuli curantur sono, saltu, cantu, coloribus
(Gaudenzio Merula, Memorabilia, Lione 1556, cap. LXIX)

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