Squilibri

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Il codice Piero

Quella che in campo iconografico viene indicata come Madonna del parto è un’immagine relativamente rara, quasi un episodio isolato, circoscritto sia territorialmente che cronologicamente e riferibile a particolari devozioni locali. Rispetto ad ogni altra raffigurazione di Maria, è completamente autonoma, non poggiando su alcuna fonte né su particolari passi evangelici, canonici o apocrifi.

Tipologicamente la si fa risalire alla Maria platytera di tradizione bizantina (legata concettualmente e simbolicamente sia all’orante che alla blachernitissa), che letteralmente significa “colei che ha contenuto ciò che i cieli non potevano contenere” e perciò “più vasta dei cieli“, dunque una Madonna che mostra il Bambino in grembo o – allusivamente – raffigurato entro una mandorla o un clipeo collocati sul ventre. Una forma simbolica che, sulla costa adriatica, perdura almeno sino a tutto il XV secolo, come dimostrano l’affresco di Andrea di Bartolo da Jesi e la commistione del tema con quello della Madonna della misericordia.

L’immagine più realistica di una Madonna gravida (talvolta tentata ancora attraverso la contaminazione dei temi, come dimostra una tavola di Bartolo di Fredi) si diffonde invece dal XIV al XVI secolo, intorno all’idea della Madonna-tabernacolo ed alla rappresentazione della donna dell’Apocalisse, incinta e sfolgorante di sole, come quella vestita d’oro attribuita a Nardo di Cione, lo stesso che in un altro caso allude al significato di lux mundi del Bambino inondandone il ventre di luce.

Un elemento iconografico fondamentale è il libro retto dalla mano della Madonna, a volte aperto sui versi del Magnificat e posato sulle ginocchia della figura seduta, più spesso chiuso e stretto contro il ventre a ribadire allusivamente la natura del Verbo incarnato.

Nel tempo tale iconografia, ritenuta inequivocabile nel suo significato, si trasforma di pari passo con lo sviluppo delle discussioni teologiche a proposito dell’autenticità della natura umana di Cristo, risoltesi – come è noto – con il dogma dell’Immacolata Concezione e la scomparsa di questa tradizione iconografica, che noi conosciamo soprattutto grazie alla celeberrima icona di Piero della Francesca, geniale e rigorosa sintesi dello stato naturale della gravidanza di Maria in preciso rapporto tanto con le implicazioni simboliche dello spazio occupato dalla figura (la tenda/tabernacolo), quanto con quelle reali dello spazio liturgico in cui l’affresco fu originariamente collocato (la chiesetta di Monterchi denominata in origine Santa Maria in Silvis).

Anno Domini 2005.
Il fiorentino Renzo Manetti pubblica un libretto di 40 pagine dal titolo accattivante e sibillino, che in tempi di furor di popolo a favore di Dan Brown e di crescente successo per gli intrighi legati ai manufatti d’arte riletti in chiave esoterica, non poteva passare inosservato. Lo spunto viene offerto (considerandolo inconfutabile) da una famosa Madonna affrescata da Taddeo Gaddi negli anni Trenta del XIV secolo, con assoluta leggerezza posta a servizio del più oscuro simbolismo esoterico ipotizzando la committenza da parte di una confraternita in odore di templarismo sopravvissuto ai roghi.
Le reazioni autorevoli, seguite da immediata replica di parte, non tardano a farsi sentire e ad evocare nei toni una nuova appassionante querelle già ribattezzata Petit Da Vinci Code ma soprattutto Il codice Piero, omaggio dovuto al capolavoro dell’intera categoria delle Madonne tirate in causa.

Premesso che sono da sempre appassionata del genere templari, graal, esoterismo, ermetismo, catari, stregonerie, bafometti, cabbale, malleus maleficarum, Fulcanelli, Guenon&C., mi è già capitato di esprimermi su queste pagine a proposito dell’opportunità di riscrivere arte, storia e letteratura servendosi acriticamente di simili argomentazioni. Che in questo caso peccano di strabiliante ingenuità tanto nella scelta del tema quanto nell’evidente voluta ignoranza della documentazione esistente.
Credo che l’intuizione di chi ha citato l’ammonimento di Malcolm Barber sia pertinente: “L’Ordine del Tempio è stato utilizzato da coloro che hanno formulato teorie cospiratorie, sia conservatrici che progressiste, da romantici in cerca di un passato medievale ormai perduto, da ciarlatani volti a trarre profitto dalla credulità degli ingenui”.

Pertanto, mi ritiro quatta, silenziosa e guardinga a leggere La formula di Brunelleschi, fresca di recensioni e assai più promettente. È un po’ pochino, egregio Manetti, tirare in ballo il bianco e il rosso della cupola di Santa Maria del Fiore in quanto colori distintivi dei Fedeli d’Amore…

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Questa voce è stata pubblicata il 3 luglio 2005 da in Gianfranco Micali, Malcolm Barber, Piero della Francesca, Renzo Manetti con tag , .

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