Squilibri

Leggo per legittima difesa. E per trovare domande

Dignità e poesia delle cose

Il 4 luglio del 1855 usciva Leaves of grass (Foglie d’erba) di Walt Whitman, pensato come un nuovo libro sacro – una strana Bibbia ispirata dall’avida lettura del Vecchio e Nuovo Testamento, da Omero, Eschilo, antichi poemi indù, Dante, Shakespeare – stampato a spese dell’autore e destinato a diventare il poema americano per eccellenza.

Per l’occasione una mostra, una serie di eventi e diverse pubblicazioni segnano il ricordo di un uomo inquieto, praticamente autodidatta, bardo e visionario che modulò la sua voce come un canto solenne capace di volare alto, molto al di sopra dei suoi eredi sdegnati e feriti dai tempi difficili.

Un uomo mai contro, ma sempre per qualcosa. Affermare, includere, trascendere, invece che negare, escludere, trasgredire. Paladino della parte per il tutto e della sintonia con la realtà profonda delle cose, forse fraintendibile per l’apparente ipertrofia di ego, capace invece di ricomprendere in sé le mille schegge del cosmo e di ritrasmetterle come onde lunghe di luce e consapevolezza.

Nominare le cose e farle esistere, dare corpo alle parole – sterili e afone fino all’enunciazione poetica – e voce al loro significato, vedere dentro, intuire l’identità delle cose e il loro essere – ognuna – il centro del mondo. Un potere – secondo Whitman – proprio della sola poesia e del poeta-vate, potere profetico – e cioè visionario – sul piano della realtà ultima, illuminata dal senso.

L’inaudita forza di rendere qualsiasi cosa poetica in sé.

Sea of stretch’d ground-swells
[…]
I am integral with you, I too am of one phase and of all phases.
[…]
I moisten the roots of all that has grown.

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Questa voce è stata pubblicata il 4 luglio 2005 da in Walt Whitman con tag .

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