Squilibri

Leggo per legittima difesa. E per trovare domande

Riflessi(oni) impossibili

Francis Bacon, Studio di George Dyer allo specchio, 1968 (Madrid, Museo Thyssen-Bornemisza)

– Caro Gengè, ti stavo aspettando. Prima o poi ero certa che almeno uno dei tuoi te stesso avrebbe fatto capolino, seguendo il suo naso, benché con esso non si vada da nessuna parte, e tu lo sai bene. La letteratura è stata generosa con i nasi, cosa terribilmente seria a sentire Pinocchio, Gogol o Cyrano, e non è certo colpa dello specchio (che tu sei diventato, a furia di specchiarti) se i nasi sono storti.
Dov’eri finito, dopo aver indugiato davanti a quel maledetto specchio? Non avevi detto che volevi restare solo almeno per un’ora?

– Nel mio scrittoio non c’erano specchi. Io avevo bisogno d’uno specchio. Per restare in compagnia di me stesso, senza alcun estraneo attorno, ma anche per smettere di essere presente a me stesso.

– Un bel modo d’essere soli, codesto! Ah, già, questo lo dici tu, però. E subito dopo dici il contrario: senza me e appunto con un estraneo attorno.

Cosí volevo io esser solo. Senza me. Voglio dire senza quel me ch’io già conoscevo, o che credevo di conoscere. Solo con un certo estraneo, che già sentivo oscuramente di non poter piú levarmi di torno e ch’ero io stesso: l’estraneo inseparabile da me.

– E avevi ancora bisogno di uno specchio? Ti presento Francis, il pittore, lui lo usa per osservare se stesso mentre lavora. Ha fatto di ciò che vede una splendida metafora, un riflesso, una distorsione, una duplicazione.

– Io non potevo vedermi vivere.

– Capisco… Anche Dyer si vede solo nel riflesso, deformato e spaccato da far paura.

Disgustoso… Sono proprio cosí, io, di fuori, quando – vivendo – non mi penso? E mi fissai d’allora in poi in questo proposito disperato: d’andare inseguendo quell’estraneo ch’era in me e che mi sfuggiva; che non potevo fermare davanti a uno specchio perché subito diventava me quale io mi conoscevo; quell’uno che viveva per gli altri e che io non potevo conoscere; che gli altri vedevano vivere e io no. Lo volevo vedere e conoscere anch’io cosí come gli altri lo vedevano e conoscevano.

– Vederlo senza essere visto, lui, te, entrambi, uno qui e l’altro nello specchio, in attesa di Tartari che non arriveranno mai…

– Lo sforzo supremo della mia fortezza Bastiani deve consistere in questo: condurre davanti allo specchio il mio corpo come estraneo a me e, come tale, pormelo davanti; di non vedermi in me, ma d’essere veduto da me, con gli occhi miei stessi ma come se fossi un altro: quell’altro che tutti vedono e io no. Riuscii a vedere staccato dal mio spirito imperioso il mio corpo, là, davanti a me, nello specchio. Non c’era nessuno. Vivendo, io non rappresentavo a me stesso nessuna immagine di me.

– Già… E per scoprire chi tu fossi pensasti bene di spassarti a scomporre dispettosamente quell’io che eri per tutti gli altri…

Per forza questo giuoco doveva fruttarmi la pazzia. O per dir meglio, quest’orrore: la coscienza della pazzia, fresca e chiara, fresca e chiara come una mattinata d’aprile, e lucida e precisa come uno specchio.

– Perché bisogna che uno fermi un attimo in sé la vita, per vedersi. Quando uno vive, vive e non si vede. Conoscersi è morire. Tu stai tanto a mirarti in codesto specchio, in tutti gli specchi, perché non vivi; non sai, non puoi o non vuoi vivere. Vuoi troppo conoscerti, e non vivi.

Ecco, non mi sono piú guardato in uno specchio. Nessun ricordo oggi del nome di jeri; del nome d’oggi, domani. Senza nome, epigrafe funeraria che conviene ai morti. A chi ha concluso. Io sono vivo e non concludo. La vita non conclude. E non sa di nomi, la vita. Smarrito, volto subito gli occhi per non vedere piú nulla fermarsi nella sua apparenza e morire. Cosí soltanto io posso vivere, ormai. Rinascere attimo per attimo. Impedire che il pensiero sí metta in me di nuovo a lavorare, e dentro mi rifaccia il vuoto delle vane costruzioni.
Muoio ogni attimo, io, e rinasco nuovo e senza ricordi: vivo e intero, non piú in me, ma in ogni cosa fuori.
Perduto.

Ti guardo come fossi un tuo ritratto,
gli occhi fermi ai tuoi occhi, da quest’ora

di pioggia e vento forte che non smette.
Cerco parole che non ci saranno

a dire quel che voce non può dire,
quel che si tace solo per paura

d’essere come siamo, al nostro meglio,
specchio d’un sogno che può farsi vero.

(Francesco Scarabicchi, da L’esperienza della neve)

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