Squilibri

Leggo per legittima difesa. E per trovare domande

Lo specchio e l’inganno

E mentre cerca di soddisfare la sete, gliene cresce un’altra dentro. Beve e vede il riflesso della sua bella persona nell’acqua: ne è preso e si innamora di un’illusione che non ha corpo, pensando che sia corpo quello che non è altro che onda. È stupito e attratto da se stesso e resta immobile senza batter ciglio come una statua di marmo pario. Steso a terra contempla il suo gemello, i suoi occhi, due stelle, la chioma che sarebbe degna di Bacco e perfino di Apollo, le guance imberbi, il collo d’avorio, la nobiltà del volto col suo colore bianco e rosa: insomma ammira tutti quei particolari che rendono lui stesso degno di ammirazione.

Senza saperlo si innamora di sé e si applaude; è contemporaneamente soggetto e oggetto del desiderio, accende il fuoco e ne è arso… Quante volte immerge nell’acqua le braccia per cingere quel collo che gli appare: ma non riesce ad allacciarlo. Non sa chi sia quello che vede, ma brucia per lui ed è quella falsa immagine che eccita i suoi occhi. Ingenuo, perché ti affanni a cercar di afferrare un’ombra che ti sfugge? Non esiste quello che cerchi! Voltati e perderai chi ami! Quello che vedi non è che l’ombra della tua immagine: non ha alcuna consistenza. E viene con te, resta con te, se ne andrà con te.

(Ovidio, Metamorfosi, libro III, 415-440)

Cosa assai sconveniente era ritenuto, per l’uomo greco, lo specchiarsi, debolezza concessa solo alle donne.
E tuttavia il suo valore simbolico era molto forte, perché nello specchio ci si riconosce. Si riconoscono la figura e la persona, l’aspetto, quel pròsopon che è viso e maschera, inscindibile nesso tra ciò che si vede e ciò che è celato dal visibile, tra l’angoscia di riconoscersi nello specchio e la sottile ambizione di farsi dio e irridere alla propria finitezza, rompendo il proprio guscio corruttibile e trasformandosi in altro.

Nella quotidiana teatralità che ci rappresenta la smorfia statica della maschera diviene inevitabilmente specchio, vanificando di fatto la volontà di nascondersi e mostrando ciò che altrimenti non potrebbe essere guardato e riconosciuto: un viso, una mimica, un’identità, un personaggio che divengono tali negli occhi degli altri, al di là di ogni “conoscenza di sé prigioniera di una percezione malata”, al di sopra di ogni egoistica e consapevole finzione.

Dategli una maschera e vi dirà la verità
(G.B. Shaw)

[Stimolata da un suo commento, grazie a Patrizia]

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Questa voce è stata pubblicata il 7 luglio 2005 da in George Bernard Shaw, Publio Ovidio Nasone con tag .

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