Squilibri

Leggo per legittima difesa. E per trovare domande

Grazia dei fiori

Nella fitta rete tessuta da ulivi secolari e viti a perdita d’occhio sulla terra pugliese c’è una smagliatura da cui spuntano fiori.
I fiori di Terlizzi, la città in cui boccioli e corolle sono icona, poesia e ricchezza, e di questi tempi anche motore e spunto per una serie di iniziative e approfondimenti, soprattutto legati all’arte.

Declinare i fiori da questo osservatorio privilegiato significa avvicinarsi all’eleganza degli erbari gotici, volare alto fino alla morbidezza sinuosa del liberty e toccare rapidamente anche l’artificio in versione pop.
Oppure fermarsi in questi giorni ai 29 quadri “da stanza” a loro consacrati – secondo un gusto ritenuto idoneo al decoro e al diletto di dimore aristocratiche e borghesi – con un senso che spesso trascende la semplice documentazione di una straordinaria espressione della natura per indulgere alla riflessione sull’effimero, sulla morte, sull’inesorabile scorrere del tempo che trascina con sé ogni vanitas.

Fiori.
Non semplici soggetti pittorici, dunque, mai estranei a connotazioni simboliche, spesso riferimento imprescindibile per l’orientamento scientifico di ogni repertorio botanico degno di questo nome. In età rinascimentale spandono i loro profumi dalle tele soprattutto in area lombarda e napoletana, e possono contare su collezionisti come i Medici e appassionati come i Granduchi di Toscana che se ne concedevano svariate tipologie tanto per le proprie ville extraurbane quanto per il giardino di Boboli.

Mentre una raffinata pittrice come Margherita Caffi, proveniente proprio dall’entourage mediceo, li affonda rarefatti in fondali scurissimi e in una pittura di tale consistenza materica da generare sorprendenti effetti di chiaroscuro frammentato.

Ventinove quadri realizzati tra Sei- e Settecento e provenienti dagli Uffizi e da altri musei fiorentini, costituiscono le ragioni di una mostra appena inaugurata che si chiama non a caso Fiori dei Medici, allestita proprio lì, nella smagliatura fiorita tra ulivo e vite, lungo un percorso che segna le tappe salienti dell’evoluzione di un genere a torto considerato marginale. Lì, dove tra realtà e finzione si succedono le simmetrie rigorose delle serre fiorite tutto l’anno e quelle degli schemi cinquecenteschi di Giovanni Stanchi, lì, dove l’esuberanza di una natura intemperante si sposa con il sontuoso disordine che prelude al gusto teatrale del barocco. Mario de’ Fiori tratteggia realisticamente i volumi con pennellate nervose e vibranti, prossime al tardo manierismo e cosa altra rispetto ai trattamenti formali di matrice caravaggesca che in altri quadri vedono la luce selezionare spietatamente le forme e i volumi per consegnarli all’uniformità di uno sfondo scuro.

Questo e molto altro, a Terlizzi, la città dei fiori che ogni tanto qualcuno chiama la Sanremo del Sud. Fino al 30 ottobre.
In tempo per respirare forme e profumi spesso suggestivamente tagliati dalla luce radente, incendiati nei colori ed esaltati nella loro consistenza tattile, fino alla tensione e all’eccesso, all’ansia, ad una sorta di horror vacui che spinge il girasole di Bartolomeo Bimbi, solitario in spiazzante fuoriscala, ad occupare tutto lo spazio disponibile sulla superficie della tela, a protendersi verso di noi in un trionfo esuberante e rigoglioso, non privo di una sua eleganza e compostezza.
La grazia dei fiori, verrebbe da dire.

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Questa voce è stata pubblicata il 13 luglio 2005 da in Bartolomeo Bimbi, Giovanni Stanchi, Margherita Caffi, Mario de' Fiori con tag , .

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