Squilibri

Leggo per legittima difesa. E per trovare domande

Genius loci

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Cristofano Allori, Maddalena leggente (Firenze, Galleria Palatina di Palazzo Pitti)

Dove e come si legge ha la sua importanza. In silenzio, nella folla, camminando, sotto il cielo, nella stanza tutta per sé, di notte, di giorno, non è solo questione di abitudine ma di attitudine, e gioca un ruolo nella qualità della lettura stessa. Partendo da questo spunto, un noto settimanale ha recentemente messo in piedi un articolo in cui si chiedeva ad alcuni scrittori, intellettuali, politici, attori dove e in quali circostanze avessero letto il libro della loro vita. I risultati sono abbastanza simpatici, talora niente di che rispetto a più quotidiane ed anonime esperienze di buoni lettori qualunque, talaltra vezzosi e pretenziosi, giusto per essere un po’ originali.

Ho appreso, quindi, che Il maestro e Margherita può essere più suggestivo se letto su un treno diretto a Mosca, che una biografia di Oscar Wilde divorata nel leggendario albergo Savoy di Londra – magari comodamente seduti alla poltrona preferita del geniaccio dublinese – fa sentire “come in un quadro preraffaellita” (sic), che la Route 66 non viene solo da me associata al concetto stesso di lettura (complici i capolavori di Steinbeck e Kerouac), che il profumo di certi romanzi – se letti alle Eolie inebriandosi degli aromi mediterranei – impregna i giorni a venire anche se non li ha scritti Süskind, che Nietzsche e il suo Zarathustra possono anche passare alla storia per i residui di salsedine di una lettura consumata sugli scogli di Bisceglie, che La morte di Empedocle di Hölderlin non può che compiersi nel teatro di Siracusa, con il sole a picco che taglia le pietre.

Tra tutti, simpatica Dacia Maraini, “acrobata della lettura” che legge “in tram, in fila alla posta, sullo skilift” (e su quest’ultima ipotesi permettetemi di sorridere) con la quale condivido l’idea che ogni momento sia buono per leggere. È lei che racconta di come un libro e il luogo della lettura possano coincidere magistralmente, raccontando di aver letto alcuni romanzi di Joseph Conrad mentre era in barca con il padre, a Ustica: aspettava la bonaccia, il silenzio, l’immobilità intorno, per sentir echeggiare dalle pagine la voce dello scrittore e dei suoi personaggi.

Mi ha fatto tornare in mente l’esperienza irripetibile della prima volta che ho avuto tra le mani l’Antologia di Spoon River, diventato poi uno dei miei libri di culto.

Erano i giorni della fine e dell’inizio, un Capodanno da trascorrere a casa di amici dei miei, una coppia bolzanina di mezza età innamorata da sempre del Gargano. E proprio lì, nella loro immensa villa a picco sulle scogliere di Peschici, aspettando il 1978, mi annoiavo fruttuosamente tra la pineta e la spiaggia sempre sferzata dal vento, erosa dalle onde, completamente immemore di ogni calura estiva. Mi annoiavo mentre “i grandi” avevano sempre di che conversare nel patio e i miei fratelli avevano ancora la bocca troppo sporca di latte per condividere anche il minimo passatempo.

Mi annoiavo scorrendo i dorsi della biblioteca accanto alla mia stanza, e non mi sono mai chiesta perché sfilai tra tutti proprio quell’edizione Einaudi rilegata con la sovraccoperta bianca e due righe rosse, e mi sistemai rannicchiata nella poltroncina di vimini sulla terrazza coperta, la terrazza di tutte le ville mediterranee, che si apre al mare con giochi di archi bianchi di calce, in estate così abbaglianti persino all’ombra.
Ma era inverno, ed anche il bianco e la sua luce avevano altre tonalità emotive. Fu lì che cominciarono a parlare gli abitanti del villaggio, mentre aprivo a caso le pagine e le storie venivano fuori come se non avessero avuto altro scopo che quello, di sibilare a mezza voce confondendosi con i sibili del vento invernale, lasciandosi sferzare da quella veemenza senza compassione, per capire e finalmente lasciarsi capire.
Ogni giorno, fino alla mia partenza, sono tornata su quella terrazza, armata di giaccone e coperta, su quella poltroncina, in corsa contro il tempo perché il crepuscolo non mi cogliesse impreparata. Da allora quel libro è rimasto inchiodato lì, una collina sul mare d’inverno, l’odore salso e appiccicoso della pelle, 244 lapidi emerse dai marosi e sferzate dal vento di quel Capodanno.

Ciascuno di questi morti porta in sé una situazione, un ricordo, un paesaggio, una parola, che è cosa indicibilmente sua. Infatti vivendo noi tutti nel mondo delle cose dei fatti dei gesti, che è il mondo del tempo, il nostro sforzo inconsapevole e incessante è un tendere, fuori del tempo, all’attimo estatico che ci farà realizzare la nostra libertà.
Accade perciò che le cose i fatti i gesti –
il passare del tempo – ci promettano di questi attimi, li rivestano, li incarnino, ed essi divengano simboli della nostra liberata coscienza. Ciascuno di noi possiede una ricchezza di queste cose, fatti gesti che sono i simboli del suo destino – essi non valgono per sé, per la loro naturalità, ma ci invitano, ci chiamano, sono simboli.
Si direbbe che per Lee Masters la morte –
la fine del tempo – è l’attimo decisivo che dalla selva dei simboli personali ne ha staccato uno con violenza, e l’ha saldato, inchiodato per sempre all’anima.

(Cesare Pavese)

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Questa voce è stata pubblicata il 17 luglio 2005 da in Cesare Pavese, Edgar Lee Masters con tag , .

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